
Trama – Al centro del romanzo Il rione dei ragazzi si erge la Grande Casa, costruzione immensa e paradisiaca in contrasto con la desolazione del deserto egiziano che si estende al di là di essa. Il fondatore è Ghabalawi, uomo tanto buono e giusto quanto severo e ostinato. Da lui, o meglio dalla cacciata di suo figlio Adham dalla grande casa, si genererà, attorno alle mura del cancello, il vicolo, in cui le diverse generazioni si susseguiranno e daranno seguito agli avvenimenti di questo romanzo.
I figli del vicolo, tutti discendenti dal grande Ghabalawi, che intanto vive ritirato, sono: suo figlio Adham – e nelle generazioni successive – Ghabal, Rifaa, poi Kassem e infine Arafa. A ognuno di questi personaggi è dedicato un capitolo, che racconta la loro storia e l’impatto che essi ebbero sulle vicende del vicolo. Un vicolo afflitto dalla povertà e dalla tirannia dei capi, nonostante la promessa del patrimonio della grande casa, che non smetterà mai di riporre, con sempre rinnovato slancio, le sue speranze di salvezza nel suo “profeta” di turno.
Controversie e stile
Il rione dei ragazzi è un romanzo dalle controverse vicende editoriali nel suo paese di origine e poco conosciuto in Italia. Fu pubblicato nel 1959 a puntate sul quotidiano al-Ahram e subito censurato dalle autorità religiose; la versione integrale vedrà la luce in Egitto in forma di romanzo solo nel 2006, dopo la morte dell’autore stesso. Nel frattempo era stato già pubblicato in Libano nel 1967, ci vorrà il 1981 per arrivare in Europa in traduzione inglese. Da qui sarà un successo di pubblico e di critica. Questo è il romanzo che valse all’autore, l’egiziano Naghib Mahfuz, il premio Nobel nel 1988. L’unico della letteratura in lingua araba.
Con la maestria del cantastorie orientale, Mahfuz racconta storie lontane e leggendarie, quasi fiabesche, tramandate dalla tradizione orale cariota. Con un pizzico di realtà nella finzione, lo scrittore e giornalista introduce se stesso nella storia che sta per raccontare.
È grazie a uno degli amici di Arafa che sto scrivendo la nostra storia. Un giorno mi ha detto: “Tu sei uno dei pochi che possono scrivere. Perché non butti giù la storia de vicolo?” […] Così mi sono imbarcato nell’impresa. […] Sono il primo nel vicolo a svolgere la professione di scrittore, anche se mi ha procurato abbastanza scherno e derisione. Il mio lavoro è di buttar giù le proteste di quelli che sono oppressi o nel bisogno.
Il rione dei ragazzi
Mi sarebbe piaciuto leggerlo in lingua originale per godere appieno del ritmo, della sonorità e dello stile di questa bella prosa. Esprimersi sullo stile di un autore è di per sé sempre azzardato quando si legge una traduzione dell’opera. Con il Rione dei ragazzi ci troviamo difronte a un caso ancora più complicato in quanto la lingua araba, e soprattutto l’arabo letterario fusha, come ricorda anche il traduttore Manrico Murzi, è una lingua molto pomposa e poetica, ricca di ellissi e metafore, a volte non immediatamente comprensibili per il lettore occidentale. Per il quale si è vista perciò necessaria una semplificazione e snellimento della scrittura.
Ho apprezzato che nelle note sia stato tradotto il significato in italiano dei nomi dei personaggi, figuranti nel romanzo coni loro nomi in lingua originale. Lo stesso titolo arabo أولاد حارتنا [‘awlād hāratnā] si traduce letteralmente con I figli (nel senso di discendenti) del nostro quartiere, traduzione che è stata adottata nell’edizione francese e tedesca. Se l’analisi stilistica viene a mancare, si può però dire qualcosa sulla struttura del libro. Questo si compone di 114 paragrafi come il numero delle Sure che compongono il Corano.
Allegoria delle religioni e personaggi de Il rione dei ragazzi
La bruciante realtà della terra del deserto del Cairo e il corporeo tirare a campare delle povere anime del vicolo si fondono con l’allegoria di Dio, del paradiso terrestre, della vita e delle opere dei fondatori delle tre religioni monoteiste.
Ghabal, con la sua fama di giustizia, rappresenta Mosè e quindi l’Ebraismo; Rifaa, con il suo messaggio di amore e misericordia, rappresenta Gesù e con lui il Cristianesimo. Kassem, per il quale l’uguaglianza (non solo fra gruppi etnici, ma anche fra uomo e donna) è fondamentale, rappresenta Maometto e quindi l’Islamismo. Lungi dal creare divisioni e guerre di religioni, il messaggio di Mahfuz è di uguaglianza. Non solo i ragazzi del vicolo sono i discendenti di un unico Dio, ma l’umanità stessa, che il microcosmo del quartiere rappresenta, è un’unità in sé.
Infine, l’ultimo protagonista, Arafa, il cui nome deriva dalla parola araba che sta per «conoscenza», rappresenta “la magia” che emana dalle scienze e dal progresso dei tempi moderni. Arafa è il figlio che ha rinunciato alla devozione a vantaggio della scienza, che vive proiettato nel futuro e non nelle glorie del passato, come fa invece il resto del vicolo. Mi sembra indicativa, a questo riguardo, l’allegoria delle armi di distruzione di massa, rappresentata dalla “bottiglia” che è così potente da distruggere Dio stesso.
Un vicolo oscuro
Se la parte della comunione fra uomini e delle loro religioni discendenti da una sola è particolarmente ben riuscita, c’è un’altra parte del libro che suscitata frustrazione e amarezza. Il ritorno del sempre uguale, il ricadere sempre negli stessi errori causati dalla dimenticanza che affligge il vicolo. Le vicende del romanzo Il rione dei ragazzi viste da una prospettiva d’insieme non sembrano altro che un ciclico alternarsi del Bene e del Male. O almeno di un Bene che si propone di spezzare il continuum del Male, per poi vedere quest’ultimo riaffermarsi con ancora più aggressività e totalitarismo.
Il Bene sembra essere destinato all’effimero, sono il male e l’oscurità a regnare sul vicolo. Un Male primordiale e originario, tristemente connaturato nella condizione umana. Tant’è che persino i protagonisti, fatta eccezione per il solo Rifaa, ricorrono alla violenza, vista come mezzo per raggiungere il fine supremo. In questa frase di Abda, madre di Rifaa, si ritrova la metafora teologica, contenuta anche nella Cabbala, sulla ritrosia di Dio, che ritirandosi crea spazio per l’Uomo.
Il tuo antenato abita lì. Il padrone di tutta questa terra e di tutto quel che c’è. Se non fosse per il suo assoluto ritiro il vicolo sarebbe zeppo di luce.
Il rione dei ragazzi
Mahfuz ci mostra come Dio non solo si sia ritirato, ma sia persino morto e cosi facendo abbia condannato l’Umanità all’oscurità. La stessa oscurità in cui era caduto l’uomo moderno con la sua crisi di senso, la morte degli ideali di giustizia e delle certezze religiose. Finché non si trova un nuovo “Dio”, questa volta sembra essere il progresso a colmare questo vuoto, e tutto ricomincia da capo. Un cerchio che non si chiude, ma, al contrario, un cane che si morde la coda.
Ma il popolo sopportava l’oppressione con coraggio, e si rifugiava nella pazienza e nella speranza. Ogni volta che pativano qualche ingiustizia, dicevano: “L’oppressione deve spegnersi come la notte cede il passo al giorno. Vedremo la fine della tirannia e l’alba dei miracoli.
Il rione dei ragazzi

Edizione italiana: Il rione dei ragazzi,
Casa editrice Tullio Pironti Editore, Napoli, 2001
Traduzione: Manrico Murzi
Numero pagine: 420
Edizione originale: أولاد حارتنا [‘awlād hāratnā], 1959
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