Storia umana di un disastro naturale

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Trama de Il fuoco invisibile
La struttura de Il fuoco invisibile di Daniele Rielli assomiglia a uno di quegli alberi di cui narra. Un puzzle di elementi eterogenei su diversi piani narrativi che convergono e ci consegnano un’immagine nitida e precisa: quella di un ulivo secolare, per l’appunto. Vorrei quindi usare la metafora dell’ulivo per raccontarvelo.
Ogni parte dell’albero coincide con un diverso aspetto della narrazione: il tronco dell’albero rappresenta l’evento centrale, il nocciolo dei fatti che ha portato alla morte di 21milioni gli ulivi del Salento dal 2013 fino ad oggi; i rami sono le varie biforcazioni, le molteplici narrazioni divergenti che si sono originate dal dato di fatto; le foglie attaccate ai rami simboleggiano le persone coinvolte, con le loro vite, tenacemente aggrappate finché non rimane altro da fare che lasciar andare la presa; infine, le radici rappresentano la storia secolare, se non millenaria, degli ulivi.
Ognuna di queste macro-narrazioni è guidata da un genere diverso di scrittura: saggio, reportage d’inchiesta, autobiografia e infine romanzo. L’autore, lui che è la linfa vitale dell’albero, passa abilmente da un genere all’altro, rendendo così piacevole e avvincente un libro che, se si fosse basato solo sui fatti nudi e crudi, sarebbe forse stato più un saggio scientifico riservato agli addetti ai lavori. Daniele Rielli riesce così a portare il dramma dell’epidemia di Xylella al grande pubblico in un contesto familiare e umano, romanzesco seppur non–fiction. Per queste ragioni non sorprende trovarlo tra i 12 candidati del premio Strega 2024.
Nell’analogia dell’albero, che ho voluto usare per presentare le parti principali della narrazione de Il fuoco invisibile, mancano ancora uno o due elementi: si parla di perdite in questo libro e se le olive sono il simbolo del frutto perduto, il seme, piantato da Melcarne e dallo stesso Rielli, resta però il simbolo di una speranza futura.
Il tronco
Nel 2013 tra gli uliveti delle campagne di Gallipoli compaiono i primi casi di quello che poi sarebbe risultato, alle analisi dei ricercatori del CRN di Bari, un contagio da batterio Xylella. Gli alberi infetti ne presentano tutti i sintomi: le foglie si seccano e l’arbusto sembra bruciato dall’interno. Il batterio è poco conosciuto e purtroppo incurabile. Inoltre, il contagio si può espandere tramite la puntura di un insetto, la cicalina, che funge da vettore del batterio. L’unico modo per prevenire la diffusione del batterio è tagliare gli alberi. All’abbattersi di questa dura sentenza, ognuno prenderà posizione a suo modo.
Non possono sapere che così facendo hanno aperto un vaso di Pandora i cui veleni travolgeranno le loro vite.
Il fuoco invisibile di Daniele Rielli
I rami
Sul fronte opposto ai ricercatori ci sono i negazionisti. Ovvero coloro che negano l’esistenza del batterio mortale. I più estremisti vedono nella direttiva che arriva dall’Europa a sostegno dei ricercatori una sorta di cospirazione per costringerli a tagliare gli alberi “inutilmente”. In queste loro teorie verranno sostenuti dalla procura. Anche la politica ci metterà lo zampino.
Altri, gli agricoltori, proporranno metodi alternativi di cura naturale degli alberi. Fatto sta che una molteplicità di narrative emergerà trovando terreno fertile alla diffusione, proprio perché queste narrative fanno leva su quel sentimento comune a tutti, che è l’amore per gli alberi. Da lì allo scatenarsi della caccia alle streghe, il passo è breve.
Le foglie
Gli eroi e vittime di questa storia (vera) sono le persone reali, i ricercatori del CNR ma anche gli agricoltori che hanno perso gli ulivi. Sia gli uni che gli altri intrattengono un rapporto d’amore con la terra, nel mezzo una folla di gente, i tuttologi che si inseriscono nella vicenda senza essere davvero preparati sull’argomento, ma pronti a scatenare sui social vere e proprie campagne denigratorie nei confronti degli scienziati.
Daniele Rielli dialoga con gli esperti e con tutti gli implicati sulla questione Xylella, ma – e questa è la sua forza – non tralascia l’aspetto umano al di là del batterio. In questo modo unisce all’inchiesta giornalistica, lo storytelling emozionale, tanto più che si tratta di persone vere, in carne e ossa.
Ma è Rielli che fa pressioni sulle emozioni, o era già tutto lì nelle vicende? Come non provare empatia per le persone coinvolte? Come rimanere indifferente alla storia dell’integerrima ricercatrice Maria Saponari, nata e cresciuta in trullo, ma arrivata fino in America grazie al suo lavoro; un lavoro cui ha dedicato la sua intera vita, per poi vedersi consegnare un avviso di garanzia, per cosa poi? Per aver svolto con acume il suo lavoro. Stesso discorso vale per il capo del dipartimento di ricerca Donato Boscia che afferma: “Ho fatto il ricercatore anche un po’ per rivalsa sociale, volevo dimostrare che si poteva rimanere in quell’ambito e avere un lavoro dignitoso”.
Di dignità è piena anche la storia di Giovanni Melcarne, esperto olivicoltore con la passione/ossessione per l’olio di qualità, che ha fatto sua la missione di ricercare nuove colture che siano resistenti a Xylella e moderne forme di molitura per i suoi frantoi. Melcarne è una sintesi perfetta di metodo scientifico e conoscenza della terra.
Le foglie aggrappate ai rami di questa vicenda sono tante. E poiché sono persone reali, il lettore riconoscerà tanti personaggi noti. E se non si dice Puglia senza pensare alle tenute di Cellino San Marco: ecco apparire il riconoscibile panama, dietro un Al Bano anche lui preoccupato per i suoi amati ulivi.
Rielli ne Il fuoco invisibile racconta soprattutto la sua di storia. Di come ha vissuto durante le sue indagini, palla che ognuno vuole avere nel suo campo; super partes, per la sua veste di cronista, ma allo stesso tempo coinvolto in prima persona, per quelle sue radici. Per quell’oliocrazia che ha ereditato da parte di padre e che si riconosce in quasi tutti i proprietari di ulivi, compreso suo nonno Luigi.
Mio nonno, poco prima di morire, raccontò uno strano sogno. Un ulivo di una sua campagna, un grande albero che si affacciava verso la strada vicinale, era completamente bruciato. Ed era bruciato senza fiamme, come consumato da un fuoco invisibile.
Il fuoco invisibile di Daniele Rielli
Radici
Le radici della storia degli ulivi pugliesi vanno ben oltre i ricordi del nonno dell’autore. Stiamo parlando di una tradizione che potrebbe dirsi millenaria, che risale all’epoca in cui la Puglia era una colonia greca.
Rielli, in un’accuratissima analisi storica e antropologica, ripercorre la storia degli ulivi e rivela come in realtà la produzione di olio nel Salento del XVIII secolo era conosciuta soprattutto per uso non edibile, l’olio prodotto era lampante, cioè combustibile per le lampade, prima dell’elettricità. Il racconto Vita da nachiru, all’interno de Il fuoco invisibile narra, in un passato remoto letterario, di Paolo, uno dei tanti operai che lavorò per una stagione all’estenuante produzione di quest’olio.
Gli ulivi del Salento hanno segnato il corso delle stagioni e dei secoli; ci raccontano la storia di Paolo, di nonno Luigi, di Maria e Donato e di tanti altri. Sono stati l’eredità più importante, non solo di padre in figlio, ma anche di epoca in epoca.
Un seme di speranza affiora da Il fuoco invisibile di Daniele Rielli
In questa genealogia degli ulivi del Salento, l’autore dimostra grande sensibilità, partecipazione per la terra paterna, ma allo stesso tempo razionalità, cosa che troppo spesso è mancata nel gestire questa emergenza fito-sanitaria. Rielli è diventato papà dopo la pubblicazione del libro. Nelle terre di suo padre, ha piantato un ulivo. Un omaggio alla nuova vita e un simbolo che si spera possa sopravvivere a Xylella e alla nostra caducità terrena.
Per approfondire trovate qui l’articolo di Rielli del 2015 su Xylella, citato dallo stesso Rielli ne Il fuoco invisibile

Autore: Daniele Rielli
Titolo: Il fuoco invisibile.
Storia umana di un disastro naturale
Casa editrice: Rizzoli, 2023
Numero pagine: 304
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