
Ma lui, Siddharta, a quale comunità apparteneva? Di chi condivideva la vita? Di chi avrebbe parlato il linguaggio?
Siddharta è uno di quei libri che si conoscono già prima di averli letti. Con questo non è mia intenzione affermare che lo si conosca necessariamente per intero – magari non si conosce nemmeno la trama – ma il nome, e quell’aura di spiritualità che lo avvolge, è così scontatamente noto da sembrare posto lì in qualche angolo della memoria, già da sempre.
Siddharta, pertanto, si trova in buona compagnia con altre celeberrime opere con le quali condivide la sorte di una fama che, spesso, può diventare ingombrante. Succede, infatti, che si nutrano delle aspettative, delle speranze su quanto, in termini di arricchimento culturale ed emozionale, questi libri possono darci.
Prendiamo proprio il caso di Siddharta. Hermann Hesse lo scrisse nel 1922, quando aveva alle spalle già altri discreti successi letterari come Peter Camenzind e Demian. Contrariamente a questi, però, l’ambientazione di Siddharta non raffigura la sua natia Germania, ma risente, piuttosto, degli influssi della cultura orientale e più nello specifico dell’ascetismo induista e buddista.
Ora, il tema fortemente filosofico-spirituale aggiunto al fatto che il suo protagonista, Siddharta per l’appunto, sia universalmente riconosciuto nella letteratura come la figura del “Suchende” colui che cerca – cosa cerchi è presto detto: un senso, la verità sulla nostra condizione di umani o anche forse solo se stesso – fa del libro un romanzo di formazione, uno di quei testi a cui ci si rivolge, per l’appunto, per trovare delle risposte. Perché soprattutto durante l’adolescenza, quando inizia a crearsi una nostra più stabile identità, le domande sono tante e con Siddharta si ha davvero l’impressione di trovarsi in buona compagnia. Se Siddharta riesca anche a darle queste risposte, è tutta un’altra storia.
Trama – Siddharta è il giovane figlio di un bramino, nell’India del VI secolo a.C. Le sue origini lo collocano, nel sistema a caste indù, su uno dei gradini più alti, quello appartenente ai sacerdoti. Il giovane si distingue per le sue virtù, segue pedissequamente le direttive del padre e assolve con zelo a tutti gli obblighi del suo rango, ma ben presto inizia a nutrire un certo senso di insoddisfazione. Sente che la sua vita è limitata, mentre lui anela il tutto.
Decide, perciò, di lasciare la casa paterna e di unirsi ai Samana, un gruppo di asceti che vivono nelle foreste. In questa sua decisione è seguito dal suo fedele amico Govinda, che nutre per Siddharta un’ammirazione sproporzionata. I due giovani iniziano, dunque, una nuova vita e imparano, tra le altre cose, la rinuncia. Una rinuncia totale a tutte le cose mondane, che comprende, perciò, anche lunghi periodi di digiuno. Con queste pratiche mirano ad esperire l’annullamento del sé e, di conseguenza, il raggiungimento del Nirvana.
Siddharta, che è svelto nell’apprendere, raggiunge ben presto buoni risultati negli esercizi di meditazione, ma il livello della sua soddisfazione non cresce con essi. Il suo spingere al massimo oltre i propri limiti non trova più terreno a disposizione.
Il suo malcontento non sembra placarsi nemmeno una volta incontrato la sacra figura del Buddha Gotama. Un anziano monaco da tutti venerato, che ha creato la sua propria dottrina distaccata dall’Induismo. Govinda decide subito di unirsi alla sua comunità. Siddharta, invece, pur rimando affascinato dalla forte aura di spiritualità che emana dall’uomo, decide che non può più vivere secondo la dottrina degli altri ma dovrà esperire per se stesso il tutto. Decide perciò di non più soffocare il suo io ma di viverlo a pieno. Separatosi da Govinda, inizia per Siddharta un nuovo capitolo fatto di un’immersione totale nella vita mondana. L’esperire dei sensi, e non più la cura della vita spirituale, è il nuovo obiettivo di Siddharta.
Si reca, perciò, in una città e, qui, fa la conoscenza della bella cortigiana Kamala. Nel tentativo di conquistarla – tentativo che va a segno, visto che Kamala si innamora di lui – apprende il commercio da un ricco mercante e diviene lui stesso un agiato signore. Nel corso degli anni in cui Siddharta vive in questa città si lascia sempre più andare verso quelli che prima considerava vizi di una vita vuota e stolta. Quando, passata la giovinezza, si rende conto di aver perso le sue virtù lascia la città, e con lei una Kamala in attesa di suo figlio, e inizia a vagare per la foresta.
Qui, Siddharta (l’errante) vive e supera una forte crisi esistenziale e seppur tagliato fuori dalla mondanità, avrà modo, nel corso degli anni, di fare altri incontri significativi per il suo cammino. Rincontra, infatti, Govinda, che dapprima non lo riconosce, e avrà perfino modo di conoscere suo figlio, quello avuto con Kamala. Il rapporto con il ragazzo non è facile e attraverso di lui, Siddharta rivivrà la stessa pena che lui aveva dato al padre andando via di casa.
Nei suoi momenti finali, un nuovo incontro con Govinda metterà in luce come tra spiritualità e piacere dei sensi, annullamento e rinascita Siddharta sia, infine, riuscito a trovare il suo proprio equilibrio, il Nirvana che per così lungo tempo aveva cercato.
Ho dovuto essere un pazzo, per sentire di nuovo in me l’Atman. Ho dovuto peccare per poter rivivere.
Un poema indiano
Siddharta è, nello stile e nelle tematiche, molto simile agli altri lavori dell’autore. La ricerca affannosa di se stesso, la profondità delle riflessioni, la grazia e liricità nella scrittura, tutto contribuisce a collocare, senza ombra di dubbio, il libro nell’omogenea produzione hessiana.
Allo stesso tempo un po’ diverso Siddharta lo è per quel suo essere, come lo stesso Hermann lo definì, eine indische Dichtung, cioè un poema indiano.
Il rapporto tra Hermann Hesse e l’India si può evincere dalla sua biografia. Tanto il padre quanto il nonno avevano trascorso del tempo come missionari in India, la sua giovinezza, seppur trascorsa tutta in Germania, fu perciò intrisa dei racconti familiari sulla lontana ed esotica terra ad oriente. Proprio spinto dal desiderio di conoscere queste terre, intraprese nel 1911 un viaggio di cui scrisse nel suo Pellegrinaggio in Oriente. C’è da dire che, nonostante quanto si era proposto, riuscì a visitare solo Singapore e Sumatra, senza poter raggiungere l’India. Questa rimase un’idea, un posto chimerico.
In Siddharta Hermann Hesse compie attraverso le parole quello che non poté in persona. Ma, certo la sua posizione rimane quella di uno sguardo europeo sul lontano Oriente.
La morale
Siddharta è un libro che conquista perché è empaticamente a portata di mano. È facile rivedersi nella persona in cerca di se stessa, in fondo lo siamo un po’ tutti, ad ogni età. Mi ero chiesta all’inizio se Siddharta sia anche un libro che risponde alle nostre domande, invece che porle soltanto.Sono giunta alla conclusione che il solo insegnamento che se ne può trarre è lo stesso che arriva con gli anni di esperienza da vivente e cioè che non c’è una sola via per ricercare se stesso, si va a tentativi e, soprattutto, la strada è scritta in noi stessi, per questo ognuno ha la propria.
Ci basti questo, chiedere di più a questo libro, forse a qualsiasi libro, vorrebbe dire gravarli di un peso troppo grande. E le risposte, in fondo, sono in noi stessi. Le nostre amate pagine colorate di inchiostro ci aiutano a vederlo più chiaramente.
Scheda del libro Siddharta

Titolo: Siddharta
Autore: Hermann Hesse
Casa Editrice: Adelphi
Anno pubblicazione prima edizione: 1922
Numero di pagine: 198
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