
Trama di Confessione di un assassino – Al ristorante russo Tari-Bari di Parigi, dove si riunisce per lo più la comunità degli esuli russi negli anni ‘30 del Novecento, il tempo sembra essersi fermato. Testimone ne è un orologio di latta appeso alla parete che non adempie più alla sua funzione di segnare lo scorrere del tempo. Nell’intimità di una di queste notti parigine, con una caraffa di acqua vite davanti a sé e una manciata di spettatori, un uomo di nome Golubcik inizia a raccontare la storia della sua vita e del perché venga soprannominato “il nostro assassino”.
Così l’ambientazione si sposta in Russia e ad Odessa, dove un giovane ed illegittimo Golubcik cerca di rivendicare i suoi diritti sul padre putativo, il principe Krapotkin, potente e disinteressato nei confronti della sua progenie illegittima sparsa per la Russia.
Il rifiuto da parte del padre e l’incontro con Jenö Lakatos – personaggio chiave tanto raffinato nel vestire e nei modi, quanto losco negli intenti – segneranno le scelte cruciali nella vita di Golubcik, prima fra tutte quella di arruolarsi nei servizi segreti ucraini. Queste decisioni sbagliate, sempre accompagnate dall’improvvisa comparsa del subdolo Lakatos, lo condurranno sempre più verso un cammino immorale. Un’immoralità da cui Golubcik sembra voler trovare assoluzione appunto con la sua confessione.
Confessione di un assassino: un romanzo bohémien sull’inganno
In questa suggestiva ambientazione bohème, dove l’alcool cola a fiotti per annegare i ricordi e le colpe di una vita precedente, il cosmopolita e a sua volta esule Joseph Roth dà alla luce un classico per definizione senza tempo. Un microcosmo che ben sa ricalcare l’impianto narrativo del romanzo russo – con i suoi complessi intrighi e con i suoi vasti paesaggi – allorché le vicende si spostano in Russia. E ben si inserisce nella letteratura di esilio a Parigi quando la trama si svolge, appunto, nella capitale francese.
Confessione di un assassino agisce come un classico grazie a quella sua capacità di saper rappresentare il genere umano, in particolar modo, in quell’apoteosi dei sentimenti umani più negativi ed universali: l’arrivismo, la gelosia, la manipolazione, il doppiogioco e l’inganno. Soprattutto quest’ultimo sembra scandire il tempo del romanzo, in cui tutto è ingannevole. Lakatos inganna Golubcik, che a sua volta conquista Lutetia con l’inganno, che a sua volta manipola Golubcik per vivere da mantenuta.
Se un orologio non è più l’oggetto deputato a indicare il tempo, quanto piuttosto un simbolo; un uomo imponente e forte dal nome Golubcik (che significa cocco in russo) si finge un Krapotkin, dal nome del suo padre putativo, e una donna parigina dal nome Annette Leclerce, figlia di un famoso sarto, si spaccia per una povera donna dal nome latino della città da cui proviene Lutetia; la conclusione da trarne è che tutto è ingannevole e doppio, niente e nessuno sembra essere ciò che appare. Perciò si potrà ben dubitare che l’annunciata confessione di un assassino non si riveli infine anch’essa nient’altro che un inganno.
Il diavolo Dandy
Roth stesso riconobbe come questo romanzo breve non fosse il suo lavoro meglio riuscito, e ad onor del vero va detto che Confessione di un assassino è bel lontano dalla magnificenza della Marcia di Radetzky e dall’epopea di Giobbe, se non altro per la sua concisione, ciò nonostante si deve riconoscere l’eleganza dello stile, la profondità delle riflessioni e soprattutto l’impianto descrittivo dei personaggi.
Joseph Roth ha l’abilità di creare dei personaggi plastici, vivi che sembrano poter avere una vita propria. Inoltre, tratta con grande accuratezza gli indizi più sottili sui tratti del volto, nel vestiario e le piccole imperfezioni, le quali rinviano, a loro volta, al loro stato interiore e ne anticipano il ruolo che avranno nella storia. Fra tutte spicca la descrizione dell’eccentrico e azzimato Jenö Lakatos e della sua elegante claudicazione.
Zoppicava leggermente, quasi non si vedeva, insomma non era un vero zoppicare ma piuttosto come se il piede sinistro disegnasse sul selciato un fiocchetto, un fregio. Non ho mai più visto, da allora, uno zoppicare così aggraziato: non era un difetto, bensì un affinamento, un’opera d’arte – e proprio questo fatto mi spaventò molto.
quando però notai quello zoppicare aggraziato, amabile e accattivante del mio compagno, credetti di sentire, in quell’attimo, che era un messaggero dell’inferno.
Una delle più belle descrizione della personificazione del male nella letteratura: manipolatore e un po’ dandy.
