
Smita avrebbe potuto cercare di mettere da parte le proprie insicurezze, la sua diffidenza nei confronti della vecchia India… e credere invece nel sogno di Abdul, che aveva avuto il coraggio di immaginare una nuova India.
– Il canto dei cuori ribelli
Nell’aprile del 2023 l’India ha ufficialmente sorpassato la Cina divenendo la nazione più popolosa al mondo. Una discutibile e discussa vignetta satirica dello Spiegel ne aveva dato notizia illustrando la popolazione indiana con un treno in testa, fatiscente e sovraffollato di passeggeri fino all’inverosimile. Di poco dietro, su binari paralleli, era rappresentata la Cina con un treno nuovo e altamente tecnologico. La pubblicazione della controversa vignetta aveva subito scatenato oltraggio in terra indiana, gli stessi ministri l’avevano tacciata di essere razzista e di propinare un’immagine antiquata e ormai sorpassata della loro nazione.
L’episodio ci porta a riflettere, oltre che sulla natura pregiudizievole dell’Occidente, su quanto conosciamo davvero questo popoloso paese dell’Asia del sud. Affollata, caotica, povera e iniqua: sono le immagini stereotipate che ci trasciniamo da decenni sull’India. Queste immagini non tengono però conto dello straordinario sviluppo economico degli ultimi anni che ha visto in particolar modo il settore informatico impennarsi trasformando, per esempio, Bangalore in una seconda Silicon Valley. La nuova e la vecchia India. Cos’è cambiato e cosa resta, economia a parte, del tessuto sociale fatto di iniquità, divisioni in caste e nazionalismi?
Nel 2022 Thrity Umrigar, scrittrice e giornalista indiana naturalizzata americana, dà alle stampe un libro destinato a uno straordinario successo di critica e di pubblico, paragonato – per la piacevolezza della scrittura e la drammaticità dei temi trattati – paragona persino a Mille splendidi soli di Khaled Hosseini. Un romanzo che riflette, da una posizione insieme interna ed esterna, proprio sui cambiamenti, sulle tradizioni e, in particolar modo, sui persistenti problemi sociali che continuano a macchiare l’India. Lo fa usando lo storytelling proprio della fiction narrativa che racconta il singolo volendo ritrarre il più generale noi della società.
Il celebre libro in questione dal titolo originale Honor, tradotto e pubblicato nel 2024 dalla casa editrice Libreria Pienogiorno con il titolo Il canto dei cuori ribelli, ci porta, attraverso le sue due protagoniste Meena e Smita, in un viaggio on the road – rigorosamente by car, i sovraffollati treni verranno evitati –senza filtri e, mi verrebbe da dire, senza antidolorifici. Il dolore, inevitabilmente, giunge al lettore intenso e perforante, proprio diritto al cuore.
Trama de Il canto dei cuori ribelli
Sono difficili i ritorni, soprattutto quando le partenze sono state forzate e hanno lasciato dietro di sé rotture insanabili, scie che disegnano traumi. È di questo che si tratta per la giornalista indiana-americana Smita Agarwal, appena sbarcata a Mumbai: di un ritorno. Non di uno intenzionale, il viaggio per l’India le è stato quasi imposto da Shannon – un’amica giornalista bloccata in ospedale per un infortunio a una gamba – che le ha chiesto il favore di sostituirla nel seguire la copertura di un macabro caso di cronaca nera.
Meena, una giovane donna indù sposata con un indiano di religione musulmana, ha subito gravissime ustioni che l’hanno deturpata perennemente in seguito ad un vile atto di violenza perpetuato dai suoi stessi fratelli. Nell’appiccare il fuoco all’umile capanna in cui la giovane coppia viveva, i due fratelli sono riusciti nel loro intento di bruciare vivo il povero Abdul, il marito di Meena. Il delitto è chiaramente un atto di supremazia razziale indù sulla discriminata minoranza musulmana, i due, però, lo confondono con le vuote parole, che amano ripetere, “ristabilire l’onore della famiglia”.
Smita non è entusiasta all’idea di dover trascorrere del tempo in India, ha paura che insieme agli odori speziati e alla prelibatezza dei piatti riaffiorino i ricordi celati degli ultimi tempi trascorsi a Mumbai quando era appena una ragazzina, però, alla fine, decide di raggiungere Meena nel suo piccolo villaggio per un’intervista e di attendere lì il verdetto del processo.
In questo suo viaggio nel cuore delle comunità rurali chiuse e tradizionaliste, Smita sarà accompagnata da Mohan, un amico di Shannon. Mohan è uomo onesto, protettivo e fiero della sua nazione, di cui sembra incarnare tutti i lati positivi. La sua appartenenza a una casta “superiore” gli ha permesso di vivere come in una bolla, un involucro protettivo capace di offuscare le sofferenze quotidiane che hanno luogo al di fuori della sua privilegiata posizione sociale.
Smita, a cui i lati più discriminatori dell’India sono ben presenti, in un primo momento si scontra con Mohan, ma nel corso del viaggio avranno entrambi modo di riconsiderare le proprie posizioni. La copertura del caso di Meena e le terrificanti esperienze che vivranno porteranno ad una maturazione in entrambi i personaggi e ad un ripensamento del concetto di patria.
Ma non ami qualcosa perché sei cieco ai suoi difetti, giusto? Lo ami nonostante i suoi difetti.
Il canto dei cuori ribelli è un romanzo doloroso, dai contorni fortemente sociali e meritevole di saper scavare nei meandri di una cultura che contiene in sé aspetti di un sistema patriarcale e nazionalista che percepisce le donne, ma anche le minoranza etniche, come “esseri” inferiori da piegare al proprio volere.
Ma, a discapito di far risultare alcune parti dall’esito prevedibile, Il canto dei cuori ribelli vuole dare anche un messaggio positivo e di speranza. Nella parte finale la tragedia si trasforma in commedia romantica per dare al romanzo l’essenza di un inno all’amore visto come quella forza capace di abbattere le barriere discriminatorie che dividono piuttosto che unire. Una speranza, necessaria ora più che mai, per la costruzione di una nuova India, ma anche di un nuovo mondo più equo.
Le sue parole avevano spaccato a metà una convinzione che avevo da quando riuscivo a ricordare, ma quando ci guardai dentro, vidi che era vuota

L’onore
Nessuno ci aveva insegnato quello che so oggi: l’animale più pericolo al mondo è un uomo ferito nell’orgoglio.
Il termine “onore” sembra proprio essere la parola chiave del romanzo Il canto dei cuori ribelli. Che questa non sia una semplice opinione personale lo confermano almeno due fatti, innanzitutto Honor è il titolo originale dell’opera. In secondo luogo è la stessa autrice in una nota finale a spiegare il significato che ha per lei il termine nel contesto del libro.
È singolare che in prima istanza siano i carnefici, i rappresentanti del patriarcato, a mettersi in bocca la parola “onore” usandola come giustificazione dei loro atti di violenza. Ma purtroppo non possiamo dire che ci stupisca, non l’Italia, almeno, che ha conosciuto il Codice d’onore, con al suo interno il famigerato Delitto d’onore, abolito solo nel 1981.
Come spesso succede con le parole abusate – utilizzate in contesti non appropriati e volte solo a giustificare la propria falsa narrativa – accade che la parola, un tempo carica di significato, perda il suo valore, si svuoti di senso. Come chiarisce Thrity Umrigar, ancora una volta nella sua nota finale, con Il canto dei cuori ribelli lavora a un recupero della parola “onore” a vantaggio della narrazione degli oppressi. L’onore appartiene a Smita e a suo padre e, soprattutto, alla coraggiosa Meena e a sua figlia Abru, il cui nome significa, appunto, onore.
Scheda del libro Il canto dei cuori ribelli

Titolo: Il canto dei cuori ribelli
Autore: Thrity Umrigar
Casa editrice: Libreria Pienogiorno
Anno di pubblicazione: 2024
Numero di pagine: 400
Traduzione di Sara Puggioni
Un’intervista a Thrity Umrigar, l’autrice de Il canto dei cuori ribelli
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