Uomini e topi di John Steinbeck

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Uomini e topi di John Steinbeck

Perché ci sei tu che pensi a me e ci sono io che penso a te.

– Uomini e topi di John Steinbeck

I nostri viaggi letterari ci portano ancora una volta negli Stati Uniti: stessa nazione, sì, ma Stato diverso. Se con F. Scott Fitzgerald e Edith Wharton ci è stato concesso sbirciare nelle vite dei ricchi residenti della modaiola East Coast, con John Steinbeck ci apprestiamo ora a percorrere le rurali valli a coltivazione agraria del lontano ovest.

Corrono gli anni ’30, la grande depressione la fa da padrone, il mito è già infranto, ma laggiù, in qualche sperduto ranch della California c’è ancora chi lo anela: l’American dream. Un sogno fatto di poco, a dire il vero. Avere una propria casa e vivere del “grasso” che dà la terra, scegliere liberamente di andare al circo, accudire i conigli. No, non sono grandi sogni, eppure il sistema, che si basa sullo sfruttamento degli oppressi, li rende così lontani che il solo parlarne sembra una fantasticheria. Una dolce fantasticheria che ripetuta ancora e ancora può trasformarsi in una lullaby di sottofondo per tenere compagnia e rendere più sopportabile la durezza della vita.

Uomini e topi Trama

George e Lennie due figure diverse ma complementari che si stagliano sulla desolata moltitudine degli oppressi. A vederli da lontano sembrano quasi formare l’articolo “il”: George è basso e non troppo robusto di costituzione, mentre Lennie è alto e forte. I due differiscono non solo nell’aspetto, ma anche nel carattere. George, che è sveglio e sa sbrigarsela, tiene le redini del duo. Lennie, infatti, a causa di un ritardo cognitivo ha la mente di un bambino intrappolato in un corpo provvisto di una forza che non riesce a gestire. Consapevole dei suoi limiti, Lennie segue in tutto e per tutto le parole di George, anche se spesso non può evitare di cacciarsi nei guai.

I due, come molti altri durante gli anni della grande depressione, prestano la sola cosa che possiedono, la propria forza fisica, come lavoratori stagionali. Li chiamano “Hobos”, non hanno casa, sono soli e si spostano di ranch in ranch portando con sé i loro magri averi racchiusi in un solo fardello.

Quando la storia inizia i due sono in cammino verso un nuovo ranch in cui racimolare i pochi soldi che gli potrebbero permettere, con un po’ di fortuna, di comprare un terreno e vivere una vita indipendente. I due amici sognano, ma appare fin da subito chiaro che c’è un’ombra che gli sta alle calcagna, il loro cammino sembra assomigliare più ad una fuga. Ma da cosa? Lennie ne ha combinato una delle sue nel vecchio ranch. Anche se non ci è completamente chiaro cosa, viene svelato che ha a che fare con la mania di Lennie di accarezzare cose morbide e nelle sue difficoltà nel dosare la forza che vi imprime.

Un’altra cosa che appare subito chiara, o meglio, che il lettore percepirà, è che i guai ritorneranno a cercare Lennie. Non appena George e Lennie arrivano al nuovo ranch fanno la conoscenza dei suoi residenti. C’è Slim, il capo cavallante, autorevole e compassionevole, e ci sono, poi, Crooks, lo stalliere di colore e Candy, il vecchio scopino mutilato di una mano.

Accanto a questi personaggi, con cui è facile creare un rapporto di compassionevole umanità, c’è la problematica coppia di novelli sposi, Curly e la moglie. Curly è un prepotente attaccabrighe, gode, però, di una certa immunità perché è il figlio del padrone. La sua cieca ira, intensificata ancor di più dalla civetteria della giovane moglie che è sempre in cerca di attenzioni maschili, trova un facile bersaglio nell’ingenuo e indifeso Lennie.

Ecco che in seguito ad una serie di sfortunati eventi che già preludono allo straziante finale, Lennie si trova ancora una volta, contro il suo stesso volere, in guai più grandi di lui. E a questo punto, il solo aiuto che l’amico George potrà offrirgli sarà quello di risparmiargli una pena ancor più grande.

Dagli Stati Uniti all’Italia

Of mice and men

Uomini e Topi è una storia semplice. Steinbeck, in fondo, non racconta nulla di nuovo. La miseria, lo sfruttamento della forza lavoro e il sogno di uscire da questo sistema che schiaccia, invece di lasciar vivere, è uguale dappertutto: nell’Ungheria di Satantango, nella Marsica di Fontamara o nelle langhe de La luna ei falò. L’oppresso parla la stessa lingua. Forse anche per questo la storia arriva così diretta al cuore. 

Uomini e topi – questa storia fatta di terra vissuta, coltivata e anelata – giunge in Italia con una rapidità sconvolgente se si considerano i tempi. Steinbeck pubblica Of mice and men nel 1937 e già nel 1938 l’editore Bompiani affida la traduzione a Cesare Pavese. Dire che Pavese, e gli altri intellettuali del tempo che orbitavano attorno a Bompiani, ne rimasero entusiasti, appare quasi superfluo. Forse basta far risuonare le pagine del già citato La luna e i falò per rintracciarne l’eco steinbeckiana.

E ha forse un valore affettivo il fatto che per questa mia prima lettura di Uomini e topi ho scelto di affidarmi alla traduzione di Cesare Pavese. L’ho fatto nonostante sia considerata, forse, ormai desueta, forse meno viva e agevole della contemporanea versione di Michele Mari. L’ho fatto perché volevo vedere ciò che Cesare Pavese vide.

Lo stile della terra

Ho veduto centinaia di tipi arrivare per la strada e per i ranches, coi fardelli sulla schiena e la stessa idea piantata in testa. Centinaia. Arrivano, si licenziano e se ne vanno, e tutti fino all’ultimo hanno il pezzetto di terra nella testaccia, e mai uno di loro che ci arrivi. È come il paradiso. Tutti quanti vogliono il pezzetto di terra. […] Nessuno trova il paradiso e nessuno trova il pezzetto di terra. È solamente nella testa. Non fanno altro che parlame, ma ce l’hanno solamente nella testa.

– Uomini e topi

Uomini e topi è ritenuta un’opera minore nella produzione steinbeckiana. Lo è forse per la sua brevità e concisione, visto che constata di poco più di 100 pagine, ma non per la sua potenza narrativa. Steinbeck la incanala in uno stile asciutto e crudo, soprattutto nei dialoghi, ma che allo stesso tempo, proprio per quel suo essere il linguaggio degli oppressi, sa arrivare diretto al suo lettore, senza girarci intorno. E facendolo non manca nemmeno di cogliere le note poetiche che si nascondono nella ruralità, nel contatto diretto con la terra. Il tutto è poi accompagnato da una malinconica nenia che sostiene e spinge la narrazione fino al suo tragico epilogo.

Un dramma in 6 atti   

La costruzione narrativa di Uomini e topi ruota attorno a 6 brevi capitoli che hanno tutto l’aspetto di atti teatrali. I capitoli si succedono, infatti, in sequenze con pochi scambi di battute e ambientazione fissa: la terra attorno al fiume Salinas, la baracca dove dormono i braccianti, lo stanzino di Crooks, la stalla, alla fine ancora la terra attorno al fiume. La narrazione ritorna dove il presagio era stato pronunciato.

Ad ognuna di queste sequenze corrisponde un evento significativo, un tassello carico di tensione narrativa da aggiungere al quadro finale. È proprio in quest’universo simbolico si collocano tanto la rinuncia di Crooks persino all’idea di poter pensare il sogno americano quanto la triste morte del cane di Candy: soppresso perché ormai vecchio e inservibile. Candy accetta sommessamente perché in fondo sa che gli sta risparmiando le pene del quotidiano. E così anche il lettore dovrà accettare l’inevitabilità del tragico finale.

Scehda del libro Uomini e topi

Uomini e topi trama e riassunto

Autore: John Steinbeck

Titolo: Uomini e topi

Casa editrice: Bompiani

Anno prima pubblicazione in Italia: 1938

Numero di Pagine: 117

Traduzione di Cesare Pavese

Originale: Of mice and men, 1937

Vi lascio il link di questa malinconica Hobo’s Lullaby

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