Armature, il nuovo romanzo di Stéphanie Hochet tra santità e dannazione

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Armature il nuovo libro di Stéphanie Hochet

Armature, l’ultimo libro di Stéphanie Hochet, è da oggi disponibile nelle librerie italiane. Il volume arriva a noi grazie alla traduzione dal francese di Paola Carbonara, che restituisce in italiano una prosa fluida e fedele all’originale. Questo nuovo lavoro, che giunge a due anni dalla pubblicazione di William, aggiunge un nuovo, coerente tassello alla prolifica produzione letteraria della scrittrice, interamente curata in Italia dalle edizioni Voland. Quella che la casa editrice romana ci presenta è un’opera intensa e ambigua che si nutre di ombre e perversione, tra un passato disturbante e un presente non meno oscuro.

Le coordinate dell’opera

Di che libro si tratti è difficile dirlo servendosi delle classiche categorie letterarie che vogliono ingabbiare in un genere per escluderne un altro. Molto probabilmente un tale tentativo travalicherebbe anche l’intento dell’autrice. Nondimeno sarà utile dare al lettore che voglia approcciarsi all’autrice qualche coordinata in questo senso.

Armature, così come i suoi più recenti lavori Pacifico e William, ha innanzitutto l’aspetto di una riscrittura storica; si muove dunque sul fragile equilibrio tra “verità” storica e quella propriamente supposta o inventata. La storia ripescata è quella della vita di Giovanna d’Arco, l’eroina e santa francese, e del suo compagno d’armi Gilles de Rais, che ispirerà il Barbablù della letteratura: un uomo perverso, certamente un criminale.

L’andamento storico guida la narrazione finché non smette parzialmente di farlo per virare verso altro. Questo altro non è meno brutale e in qualche modo si rivela persino speculare alla linea narrativa principale. Senz’altro risulta più spinoso e spigoloso perché straripa oltre i confini della sfera personale dell’autrice stessa e infrange senza remore quella della propria famiglia, trasformandosi in una spietata e accusatoria autofiction.

Trama: La santa e il diavolo

Per paura di cadere, sono diventata tutt’uno con il mio cavallo al galoppo tenendo il corpo saldo al suo e ho attraversato la campagna immersa nella bruma del mattino appena sorto. Dieci giorni fa non ero mai salita su un equide.

– Incipit di Armature

La scena iniziale è potente, uno spaccato di determinazione e fatalismo: Jeanne è in groppa al suo destriero, indossa abiti maschili e sta per raggiungere il delfino di Francia, ma sarebbe meglio dire che punta diritto verso il compimento del suo destino.

Poi la narrazione torna indietro, in uno dei tanti salti temporali, e si apre allo spazio della memoria: i suoi giovani anni a Domrémy, spesi tra digiuni e preghiere, le apparizioni dei santi, l’urgente spinta che le fa trovare una strada diversa da quella che sembra esserle destinata per il solo fatto d’esser donna.

È Jeanne stessa a raccontarceli questi anni sotto forma di un “io” che si trasforma facilmente in una terza persona in cui scrittrice e narratrice coincidono. Sennonché la narratrice inizia ad appropriarsi di quell’io: prima per brevi sprazzi che contemplano il processo narrativo senza escluderlo, poi, sempre di più, facendo diventare la storia che si credeva di Jeanne la sua propria storia.

Intanto Jeanne prosegue il suo cammino. Lei, la cui parola in quanto ragazza non ha valore, riesce a trovare le parole per convincere il Delfino. Lui lo capisce subito: è lei la pulzella in grado di restituirgli la corona.

A corte conosce Gilles de Rais. L’uomo diventerà il suo amico più fidato, combatterà al suo fianco e la proteggerà. Se ne innamorerà perfino e il suo sentimento si trasformerà in un’incolmabile e inconsolabile venerazione dopo la morte per rogo della pulzella. È con lui che la storia prosegue alla morte di Jeanne ed è con lui che la narrazione inizia a farsi insostenibilmente torrida. Figura ambigua fin da subito, Gilles si rivelerà un vero e proprio adoratore di satana, un predatore sessuale e serial killer di anime innocenti. Probabilmente il primo serial killer, attestato, della storia. La santa e il diavolo, dunque.

È questa dicotomia a fare da ponte alla narrazione in prima persona della stessa autrice. Stéphanie Hochet costruisce un parallelo tra Jeanne e Gilles e i suoi genitori, a cui si rivolge come la santa e l’orco.

Tra solennità e autoanalisi

Alla fine di questa lettura mi verrebbe da dire che Armature è un libro fatto di più libri. Tanto ho apprezzato la prima parte – un affresco medievale perfettamente tratteggiato non privo di una bellezza bucolica, dialoghi potenti e scene di battaglia plastiche e suggestive nella loro crudezza – quanto mi ha lasciato sconcertata la seconda. Un tunnel nero e personale, fatto di un rancore familiare sibillino, recriminazioni che mancano spesso il bersaglio e osservazioni che fanno decisamente alzare il sopracciglio.

La stessa scrittura, magnificamente fluida e profonda, quasi solenne in quell’io proferito da Jeanne, diventa, nel corso della narrazione autobiografica, un corpo frammentato e che vuole essere forzatamente d’impatto, un diario aggrovigliato di una donna che cerca il bandolo della sua matassa interiore. E lo trova, forse, in un cordone ombelicale ormai reciso.

Il pezzo forte di Stéphanie Hochet si conferma ancora una volta il metodo d’indagine con cui scava nelle zone più grigie e inesplorate dell’animo umano. Se Jeanne viene spesso mostrata in letteratura e nella storia come una figura positiva in assoluto – una santa per l’appunto – Hochet sa mostrare come anche la supposta santità abbia zone d’ombra e un immancabile carico di violenza. E non per ultimo una zona di incertezza in cui il dubbio, il più umano tra i sentimenti delle menti pensanti, cresce in misura proporzionale alla consapevolezza di sé.

Alla fine della lettura del libro resta una domanda insistente come un tarlo. Ci si chiede che tipo di scrittrice sia la Stéphanie Hochet di Armature: un’autrice che rivisita pezzi di Storia legandoli poi al suo vissuto, o ancora una che lascia la porta aperta sull’intimità di una famiglia. Ma c’è da chiedersi se il lettore entrato per il romanzo storico voglia anche spiare dentro la sua stanza.

Scheda del libro Armature

Recensione del libro Armature

Titolo: Armature

Autrice: Stéphanie Hochet

Casa editrice: Voland

Anno di pubblicazione: 2026

Numero di pagine: 176

Titolo originale: Armures (2025)

Traduzione di Paola Carbonara

ISBN: 9788862436410

Il verdetto critico di Giochi linguistici

  • A chi lo consiglio: a chi cerca una rilettura della vita di Giovanna d’Arco che non indietreggi di fronte alle falle dell’animo umano. Non è adatto, invece, a chi avverte disagio di fronte al voyeurismo letterario.
  • Parola chiave: zona grigia
  • Nota dell’autrice: ho deciso di analizzare il libro focalizzandomi sul suo valore letterario e facendo quanto più possibile astrazione dalla nota che l’autrice ha sentito il bisogno di introdurre. Quella resta per me incommentabile.

Due angolature diverse per raccontare lo stesso mito. Dopo Armature, vi consiglio di leggere anche la recensione di La ragazzina di Valeria Parrella per scoprire come la figura di Giovanna d’Arco diventi il corpo di tutte le donne.

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Debora

Mi chiamo Debora e nel 2024 ho fondato Giochi linguistici, un blog di libri e pensiero critico che tutt'ora gestisco da sola. Ho una laurea in Comunicazione con specializzazione in Filosofia del linguaggio. Inoltre, ho una formazione in giornalismo e una buona conoscenza del mondo editoriale, dove ho svolto attività di tirocinio. Oltre all'evidente passione per i libri, e per le lingue straniere (ne parlo 3), ho esperienza nel digital marketing.