
Nella mia lingua materna esistono due aggettivi per dire «bianco»: hayan e huin. A differenza di hayan, che indica semplicemente il bianco puro e intatto dello zucchero filato, huin evoca un desolato intreccio di vita e morte, quello che volevo scrivere io era un libro huin. […]
– Il libro bianco di Han Kang
Huin: il colore di una scrittura lenitiva
Se Han Kang fosse un colore probabilmente sarebbe il bianco. Tuttavia non un bianco accecante, purissimo e senza tempo, ma un huin,come lei stessa suggerisce, sempre con un po’ di sfumature fatte per ricordare la caducità umana.
Il bianco è, dunque, il colore della sua scrittura: non priva di dolore, ma lenitiva come una pomata bianca che accarezza la pelle, non strepitante e chiassosa, ma calma e intensamente penetrante come un Om.
Perciò è facile accogliere come una riprova che la sua penna abbia partorito un’opera proprio dedicata a questo colore. Scritto nel 2016, Il libro bianco è stato pubblicato in Italia a fine 2025, come sempre da Adelphi, in seguito allo sforzo da parte della casa editrice di recuperare in lingua italiana le opere della scrittrice Premio Nobel 2024.
L’architettura dell’opera: un trittico letterario
Il libro bianco è un testo lieve e intenso, personalissimo eppure collettivo. La sua forma è quella di pagine di un diario intimo, frammenti di vita, capsule di memoria e riflessioni sulla caducità terrena. L’opera non segue un percorso lineare, ma non è neppure lasciata al caso. L’impianto strutturale, quasi invisibile se si resta in superficie, dà vita a un trittico. Le tre parti, dal titolo Io, Lei, Tutto il bianco, non si susseguono in modo cronologico, ma dialogano tra loro attraverso richiami visivi e simbolici, trasformando la struttura tripartita in un percorso rituale di elaborazione del lutto.
Di che lutto si tratti emerge già nei primi frammenti, la morte da elaborare non è quella di una presenza vicina e di recente perdita, ma ha piuttosto l’aspetto di un fantasma del passato. È una sorella morta appena nata, prima della nascita della scrittrice, quella che compare ostinatamente nel suo presente. È lei che chiede di essere ricordata.
Dalla prima persona all’evaporazione dell’Io
Se sono viva io, non puoi esserlo tu. È solo tra il buio e la luce, solo in quello spiraglio azzurrino, che possiamo scorgerci fugacemente in volto. – Il libro bianco
La prima parte de Il libro bianco è in prima persona, poi l’io di Han Kang evapora per lasciare spazio alla terza persona, quella della sorella a cui presta la propria vita. A lei è dedicata la seconda parte. Nell’ultima l’io sembra ormai libero di ritornare al suo posto, nel corpo di Han Kang.
Questo spostamento della prospettiva narrativa, appena percettibile se ci si concentrasse solo sulla bellezza delle parole, potrebbe facilmente rimanere sul fondo o essere scambiato per un semplice esercizio di stile. Ma invece è proprio qui che si compie la svolta cardine: un vero e proprio sdoppiamento rituale.
Nella prima sezione l’autrice raccoglie gli oggetti bianchi come fossero pietre d’inciampo del proprio dolore privato. Nella seconda parte, agisce per sottrazione del proprio io, scompare come individuo per permettere alla sorella, mai cresciuta, di abitare il mondo attraverso i suoi occhi e di esperire quelle piccole cose terrene – come la consistenza della neve o la luce della luna – che le sono state negate.
Infine, nella terza e ultima parte del trittico, assistiamo a una fusione catartica. Le due voci si sovrappongono e l’Io rientra nel proprio corpo trasformato: il lutto cessa di essere una prigione e diventa uno spazio di pacificazione, lasciando che la pagina bianca accolga finalmente il silenzio e la guarigione.
La «città bianca»: l’esperienza di Varsavia
La genesi di questo sdoppiamento rituale e di questa ricerca di guarigione ha un luogo e un tempo precisi. In questa prima frammentata narrazione in prima persona, Han Kang racconta infatti il suo soggiorno in una città europea non nominata ma facilmente individuabile come Varsavia. Qui, insieme al figlio di 13 anni, vive il distacco dalla consueta vita in Corea del Sud e la scoperta delle novità offerte da quella realtà straniera.
L’esperire della metropoli – scandito dalle passeggiate solitarie mentre il figlio è a scuola, e dal rientro obbligato entro le 17 per l’unica chiave dell’appartamento – avviene tramite una lista di oggetti bianchi: porta, fasce per neonati, camicino della fortuna, mezzelune di riso dolci, nebbia e la città, essa stessa le appare come bianca.
Fu in quel momento che sentii di trovarmi in una «città bianca» (huin). Quel giorno, tornando a casa, immaginai una persona. Una persona che somigliava al destino di quella città, distrutta ma ricostruita con tenacia. Quando mi resi conto che quella persona era mia sorella, e che avrei potuto restituirle la vita solo prestandole la mia vita e il mio corpo, avevo già cominciato a scrivere questo libro.
Tra ferite e memoria storica: i legami con Convalescenza e Atti umani
Il libro bianco non è un’isola letteraria, al contrario, quest’opera si inserisce perfettamente nella produzione di Han Kang. Le atmosfere che aleggiano sin dalle prime battute ricordano chiaramente quelle di Convalescenza (2013). Come la protagonista di quest’ultimo cerca di guarire da una doppia ferita, quella al piede che tarda a rimarginarsi e quella della morte della sorella, così ne Il libro bianco l’io della scrittrice va incontro a questo processo dialettico di guarigione, tanto quella fisica delle emicranie quanto quella metafisica del divorzio dal marito e del lutto della sorellina appena nata.
C’è almeno un altro libro di Han Kang posto in dialogo diretto con Il libro bianco, questo è Atti umani (2014). Il libro bianco sembra continuare il discorso iniziato con il lutto collettivo in seguito alla repressione dei manifestanti contro la legge marziale imposta nel 1980. In questo libro il bianco compare in una pièce teatrale, nei vestiti tradizionali da lutto coreani, come simbolo della perdita segnando il culmine visivo di una memoria che chiede giustizia. Allo stesso modo anche il bianco della città di Varsavia è simbolo di distruzione e rinascita.
La scrittura come spazio sacro
Solitudine, silenzio e coraggio: queste sono le cose che Il libro bianco ha infuso in me come l’aria che respiro.
Han Kang non cancella la caducità umana, ma ci insegna a guardare il dolore attraverso il filtro trasparente di una pagina bianca. Una pagina huin. È il processo creativo stesso – il miracolo della scrittura – a restituire dignità ai morti e una vita, seppur solo nello spazio letterario, a sua sorella. Alla fine di questo percorso spirituale e terreno, ci si rende conto che Il libro bianco rifiuta qualsiasi etichetta di genere per abitare un confine instabile. È prosa o forse poesia? La magia avviene nel tra e si traduce in “intensa preghiera”.
Se amate la delicatezza della scrittura di Han Kang non fermatevi qui, sempre sul blog – oltre ai già citati Convalescenza e Atti umani – trovate un articolo Biografia dell’autrice coreana e la mia analisi de L’ora di greco.
Scheda del Il libro bianco di Han Kang

Autore: Han Kang
Titolo: Il libro bianco
Casa Editrice: Adelphi, Milano
Anno di pubblicazione: 2025
Numero di pagine: 86
Traduzione di Lia Iovenitti
ISBN: 9788845940545
Il verdetto critico di Giochi linguistici
- A chi lo consiglio: A chi cerca una lettura rarefatta, intensa e profondamente spirituale. È perfetto per chi ama la letteratura coreana contemporanea, le opere che sfidano i confini di genere tra prosa e poesia e per chi vuole esplorare l’elaborazione del lutto attraverso una scrittura che si fa rituale. Lo sconsiglio, invece, a chi cerca una narrazione lineare con una trama classica.
- Parola chiave: Catarsi.
- Nota dell’autrice: Muovendosi su un confine smussato che rifiuta ogni etichetta, Il libro bianco si rivela un’opera profonda che trasforma il dolore privato e la memoria storica in uno spazio sacro. Han Kang compie un vero e proprio sdoppiamento rituale, scomparendo come individuo per prestare il proprio corpo e la propria voce alla sorella mai cresciuta. Un testo lieve eppure potentissimo, in cui la scrittura cessa di essere semplice narrazione per tradursi in un’intensa preghiera.



