
Sebastian Fitzek è uno di quegli autori che amano giocare con il lettore, come in una caccia tra il gatto e il topo. Solo che il gatto nasconde, sotto le sembianze di un micio, lunghi artigli affilati e zanne acuminate, perennemente sporche del sangue delle sue vittime. Per di più, questo temibile predatore è sempre qualche passo avanti rispetto alla preda. C’è da chiedersi come mai il lettore accetti tacitamente questo patto di cui conosce già le regole: sa di essere braccato, sa di essere manipolato e, soprattutto, sa che farà male.
Eppure eccoci qui, me per prima, a fiondarci sulle sue nuove uscite. Anche se “nuova” è un termine relativo. L’internato è una novità per il pubblico italiano, dato che Fazi Editore lo ha portato in libreria a partire da maggio di quest’anno. In termini assoluti, però, Der Insasse (titolo originale tedesco) è stato pubblicato in Germania nel 2018. Portami a casa e Mimica, gli altri due libri dell’autore editi in Italia da Fazi, sono stati scritti successivamente, rispettivamente nel 2020 e nel 2022.
Ma torniamo al nostro discorso: in questo specifico, spietato gioco che è L’internato, Fitzek si trastulla nell’intrappolare il suo protagonista in una clinica psichiatrica ad alta sicurezza, totalmente isolata perché circondata dalle acque del lago di Tegel. Il modello richiama alla mente quello già visto in Shutter Island, con una trama claustrofobica che gioca costantemente sul dubbio e sullo sdoppiamento, ma le derive, le atmosfere e il twist finale sono in pieno stile Fitzek. La domanda resta: riuscirà il protagonista, e il lettore con lui, a trovare una via d’uscita da questa trappola?
La trama del romanzo di Fitzek: l’enigma dell’infiltrato
Nella Berlino di qualche anno fa, così vicina eppure già così cambiata, diverse famiglie sono alle prese con un insopportabile carico di dolore. Uno psicopatico, Guido Tramnitz, è stato internato in una clinica psichiatrica per aver commesso il più atroce dei reati: l’infanticidio. Un altro personaggio, Patrick Winter, è ormai un uomo distrutto. Nel frattempo Till Berkhoff, il cui figlio è scomparso nel nulla un anno prima, si chiede se il piccolo Max non sia l’ennesima vittima di Tramnitz.
Alla disperata ricerca di una parola fine su quel tragico evento, Till si fa aiutare dal cognato, un commissario di polizia, a infiltrarsi sotto falso nome nella clinica. Il suo obiettivo è avvicinare Guido Tramnitz e scoprire il destino di suo figlio.
L’identità che assume Till è proprio quella di Patrick Winter. Se già muoversi in un manicomio con un pazzo criminale a piede libero è una situazione disperata, questo scambio di identità peggiorerà ancor di più le cose.
Con un ritmo serrato e una narrazione sempre sul filo del rasoio, l’autore mantiene una perenne sensazione che il male sia dietro l’angolo: Till Berkhoff è l’internato senza vie d’uscita apparenti. Se non fosse che l’amore di un padre che ha ormai perso tutto può spingersi verso confini che non si credevano possibili.
Un gioco di atmosfere dark e thriller claustrofobici
Perché fa così freddo? Per essere l’inferno faceva decisamente troppo freddo là sotto, in quello scantinato senza finestre e con le pareti di mattoni umide su cui la muffa nera stava attaccata come un cancro ai bronchi di un fumatore.
L’internato
La scrittura di Fitzek è nera, di una tonalità che non lascia spazio alle sfumature. Su questo non c’è inganno: fin dall’incipit, devastante, il lettore ha l’amara consapevolezza che, capitolo dopo capitolo, non lo aspetta altro se non la riproduzione di quella discesa negli inferi.
Se già in Portami a casa – dove la violenza di genere è il tema principale – l’eccessiva brutalità e il macabro sovraccaricavano l’esperienza di lettura, con L’internato Fitzek sfida il lettore a portare la soglia di sopportazione del dolore a un nuovo livello. Sono paradossalmente proprio le prime pagine quelle più dolorose, perché l’autore vi espone la terribile morte delle povere creature: quanto di più abominevole possa trovarsi sulla faccia della terra.
La lettura va comunque avanti perché non se ne può fare a meno. Fitzek trascina chi legge di cliffhanger in cliffhanger, senza lasciare spazio ai ripensamenti. Segue poi un cambio di scenario, ma nessun miglioramento: nel momento in cui il protagonista Till si infiltra come paziente, la discesa negli inferi iniziale si trasforma in una claustrofobica Escape room. Per di più, in una gabbia di matti estremamente pericolosi.
Lo stile di Sebastian Fitzek: tra ambiguità linguistica e doppi sensi
L’abilità di Fitzek non risiede solo nella costruzione di trame claustrofobiche, ma anche nel modo chirurgico in cui manipola la parola. L’autore piega la sintassi ai suoi personali giochi di prestigio letterari: non scrive mai in maniera diretta, preferendo muoversi nel territorio dell’allusione, dei doppi sensi e dell’ironia situazionale.
Un esempio lampante di questa raffinata ingegneria verbale si trova in un passaggio apparentemente innocuo, incentrato sulla parola prospettiva:
[…] e godeva di una bella prospettiva sulla Filarmonica. Adesso invece non ne aveva quasi più, di prospettive.
Qui l’autore compie un vero e proprio capovolgimento semantico. Nella prima frase usa il termine in senso concreto e architettonico (la vista fisica dall’ufficio); nella riga successiva, la parola slitta bruscamente verso il suo significato figurato e psicologico (le speranze future).
Questa finezza risulta ancora più evidente se si analizza il testo nella sua lingua originale, il tedesco. Fitzek gioca infatti sulla polisemia del termine “Aussicht”, un vocabolo che unisce sia il concetto di “vista/panorama” sia quello di “prospettiva futura/chance”. Sebbene nella traduzione italiana il gioco di parole debba adattarsi perdendo un pizzico di quella fulminea naturalezza originaria, la resa mantiene intatta la sua carica drammatica.
Il lettore potrà notare come questo costante sdoppiamento del linguaggio non si limita ai singoli vocaboli, ma si estende alla struttura stessa delle scene attraverso una sottile ironia drammatica (o black humor). Emblematico è il momento in cui il protagonista, all’interno del manicomio dialoga con Tramnitz:
Ma dove trova gente disposta a farsi internare volontariamente in psichiatria?
Till si sta ponendo quel dubbio proprio mentre lui stesso si trova lì dentro come infiltrato volontario. L’ironia!
Ecco qui palesarsi quella percezione complessiva che le frasi di Fitzek siano costruite come specchi deformanti, progettate per omettere, deviare e costringere a rileggere i passaggi sotto una luce completamente diversa. È una narrazione, quella di Fitzek, che sa fare del dubbio grammaticale e dell’ironia strutturale il riflesso perfetto dello smarrimento psicologico del protagonista. L’autore non si limita a descrivere la follia o la manipolazione, ma la mette in scena attraverso i meccanismi del linguaggio.
Scheda del libro L’internato

Titolo: L’internato
Autore: Sebastian Fitzek
Casa editrice: Fazi editore
Anno di pubblicazione: 2026
Numero di pagine: 348
Versione originale: Der Insasse, Droemer Verlag, 2018
Traduzione di Sveva Lizza
Il verdetto critico di Giochi linguistici
- A chi lo consiglio: A chi cerca un thriller claustrofobico dal ritmo serrato, amante dei giochi di specchi psicologici e delle dinamiche in stile Escape room. Non adatto a chi si impressiona facilmente!
- Parola chiave: Ambiguità.
- Nota dell’autrice: Al netto di una narrazione trascinante e ricca di cliffhanger, L’internato presta il fianco a una certa rigidità nella caratterizzazione dei personaggi, che Fitzek tende a intrappolare nelle proprie classi sociali, marcando una divisione fin troppo netta tra “colto” e “ignorante”. Tuttavia, il romanzo si conferma un solidissimo meccanismo a orologeria. Un’esperienza imperdibile per chi ama perdersi tra gli inganni della mente e della parola, apprezzando un sottile retrogusto di black humor.
In occasione dell’uscita de L’internato Fazi editore ha organizzato un evento Escape room, anche se si è ormai concluso vi lascio comunque il link.



