Recensione Gli anni in bianco e nero di Francesca Giannone: il cinema come riscatto

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Recensione libro Gli anni in bianco e nero

Questa non è una recensione de Gli anni in bianco e nero fatta a caldo con l’urgenza del momento per rincorrere l’attesa uscita, a maggio di quest’anno con la riconfermata Nord, del terzo libro dell’autrice Francesca Giannone. Non lo è per un modo di fare che mi è abituale e non lo è, nel caso specifico, perché tra me e il libro ho voluto lasciar insinuare lo spazio della riflessione. E forse anche della memoria visto che da ragazzina anch’io come la protagonista avevo voluto a tutti i costi una telecamera, che comprai poi con i soldi della prima comunione.

È in quest’agio che mette la giusta distanza tra le cose che il tutto prende forma. Che cosa c’è allora in questo tutto? Un bel po’ di sequenze, direi, fatte dei singoli dettagli che Mimì ama tanto riprendere con la sua cinepresa. Ed è così proseguendo nell’usare questa metafora presa in prestito proprio dal tema principale del libro, il cinema, che voglio raccontarvi la mia angolazione sugli Anni in bianco e nero.

I fermo immagine: la trama e i personaggi delle quattro sorelle Elia

I fermo immagine impressi su questa nostra pellicola letteraria sono costituiti dai personaggi che animano questa storia. Come una creatura a quattro teste, ci sono loro le quattro sorelle Elia. Un corpo compatto perché solidale ma distinto dalle unicità che le contraddistinguono, proprio come le sorelle protagoniste di Piccole donne, di cui peraltro ricalcano i tratti caratteriali. In ordine di nascita ci sono: Maria con il suo amore pragmatico per Michele, Giovanna che sfoga la sua passione ribelle nella musica, Ada dall’indole romantica come i libri che ama leggere. E poi c’è lei la protagonista assoluta e voce narrante: Mimì che scappa di nascosto al cinema del paese appena può.

Lì ci trova Cosimino, il proiezionista, e qui c’è un altro fermo immagine che richiamerà alla mente, per chi l’ha visto, Alfredo di Nuovo Cinema Paradiso. Ma anche Mimì stessa con il suo sogno di diventare una regista e la sua sete di riscatto non si farà fatica ad associarla a una versione al femminile di Totò.

In questi fermi immagine ci sono poi tanti altri personaggi: la mamma detta Mescia Lina – la sarta del paese comprensiva e amorevole ma anche succube di un marito padre-padrone – e poi, ancora, Zia Emilia, Michele, Luigi, Vincenzo, Sara. Tanti quante sono le persone che gravitano attorno al piccolo universo costituito da queste piccole donne salentine.

Maria, quando ci vide, non poté impedirsi di sorridere e, come se quei mesi di silenzio tra lei e Giovanna non fossero mai trascorsi, le si slanciò addosso e la circondò con un abbraccio. Mentre su volto mi si allargava un sorriso, pensai che ci sono certi tipi di amore al cospetto dei quali tutto l’orgoglio soccombe, evaporando con la stessa rapidità di una goccia al sole d’estate.

– Gli anni in bianco e nero

Primo piano: l’analisi delle emozioni e la sorellanza civile

La nostra cinepresa immaginaria si sposta ora sui primi piani. È su questo livello visivo che troviamo ciò che voi, care lettrici, tanto amate: la verità delle emozioni. Il primo piano è quello che ci mostra lo sbuffo di sopportazione di Mescia Lina quando l’insopportabile cliente, la Quarta, si reca da lei in sartoria, ma anche il guizzo di passione che si accende quando gli occhi di Giovanna si posano su Luigi.

È così che questi primi piani diventano soprattutto lo specchio del non-detto, l’obiettivo puntato sul vissuto interiore delle quattro sorelle, sulle passioni capaci di accendere l’animo, spostare montagne e spingere verso strade che sembravano impensabili. Strade tutte al femminile che dai singoli destini al collettivo si intrecciano, nel romanzo, in un comune senso di sorellanza rappresentato dal progetto Cassandra fondato da zia Emilia e Ada per un bisogno di muta assistenza tra donne. Bistrattate, giudicate, tenute sottochiave le donne di Francesca Giannone in quell’Italia di fine anni Sessanta in cui l’adulterio femminile è punibile con il carcere scoprono di avere una loro voce. E la faranno sentire.

Campo lunghissimo: lo Zeitgeist degli anni Sessanta nel romanzo

In quest’ultima sequenza spostiamo la cinepresa ancora una volta in uno zoom al contrario, lo sguardo ora è distante e le sorelle Elia si fanno meno nitide, quasi si confondono nella folla. Quella degli anni Sessanta. È proprio qui, nel “riprendere” un Paese in transizione dal bianco e nero ai colori che la Giannone mostra una nuova maturazione stilistica. Se già con i suoi precedenti lavori, La portalettere e Domani, domani, aveva saputo incantare le sue affezionate lettrici con la forza delle emozioni, è ora con una più matura ricostruzione storica che la Giannone convince anche i lettori più esigenti.


Il contesto storico, ma anche tutto il suo Zeitgeist che ne La portalettere aveva sofferto di un piegamento troppo forzato sul mindset dei nostri tempi, si libera ne Gli anni in bianco e nero dalle briglie del presente. Il risultato è un campo lunghissimo che mostra l’ecosistema anni Sessanta non solo con l’inserimento dei fatti storici più significativi – dalle vittorie della DC agli episodi di Valle Giulia e le critiche di Pasolini – ma anche e soprattutto nella cura con cui introduce tutte le sovrastrutture che fanno sì che un’epoca si senta, sia respirabile.


Francesca Giannone ne Gli anni in bianco e nero eccelle nel mostrare la vita che inizia ad acquisire i colori, quelli della cinepresa super 8 millimetri di Mimì ma anche dei vestiti che dal grigio acquisiscono la baldanza del rosso e del blu elettrico. I colori di una moda giovanile e vitale che esplode in un nuovo genere pop in cui i film e le canzoni si fanno compagni dei momenti più salienti della vita. I colori, infine, che avrebbero segnato un’era di riscatto per le donne e per la classe medio-bassa.

Scheda del libro Gli anni in bianco e nero

Gli anni in bianco e nero Francesca Giannone

Titolo: Gli anni in bianco e nero

Autore: Francesca Giannone

Casa editrice: Editrice Nord

Anno di pubblicazione: 2026

Numero di pagine: 416

Verdetto critico di Giochi linguistici

  • A chi lo consiglio: è banale dirlo ma il primo consiglio va a chi ha amato La portalettere e Domani, domani dunque a chi cerca una storia corale di emancipazione femminile e a chi ama i libri che emozionano. In più consiglio il libro anche ai lettori che si vogliano avvicinare a Francesca Giannone per la prima volta. Gli anni in bianco e nero è un ottimo inizio.  
  • In una parola: inquadratura.
  • Nota dell’autrice: un’opera piacevolissima e di eleganza visiva, capace di rendere “respirabile” l’ecosistema degli anni Sessanta. A onor del vero va detto che l’architettura narrativa, complessivamente solida, scivola su una sottile ma evidente inverosimiglianza tecnica: la facilità con cui la giovanissima protagonista padroneggia da autodidatta una cinepresa 8 millimetri, un apparecchio analogico e complesso per l’epoca, basandosi sulle sole istruzioni. L’autrice avrebbe potuto sfruttare la figura del proiezionista Cosimino come mentore, un espediente che avrebbe non solo sanato la crepa di verosimiglianza, ma rafforzato il dichiarato omaggio a Nuovo Cinema Paradiso.

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Debora

Mi chiamo Debora e nel 2024 ho fondato Giochi linguistici, un blog di libri e pensiero critico che tutt'ora gestisco da sola. Ho una laurea in Comunicazione con specializzazione in Filosofia del linguaggio. Inoltre, ho una formazione in giornalismo e una buona conoscenza del mondo editoriale, dove ho svolto attività di tirocinio. Oltre all'evidente passione per i libri, e per le lingue straniere (ne parlo 3), ho esperienza nel digital marketing.