
Per la rubrica Incontri e interviste abbiamo oggi il piacere di avere con noi l’autrice Costanza F.
Nata a Prato, dove vive tutt’ora, Costanza si è laureata al DAMS di Bologna con una tesi sul cinema di Jean-Luc Godard. Successivamente ha conseguito un master in Esperto dell’Immigrazione, settore in cui lavora. L’arte e la scrittura, in particolare, sono sempre rimaste una presenza costante nella sua vita, tanto che in questi anni ha partecipato a diversi concorsi letterari.
Nel 2022, proprio grazie ad uno di questi concorsi, le viene offerta la pubblicazione del suo primo romanzo, Giallo come le rose, con Elison Paperback. L’anno dopo è la volta del suo secondo romanzo, Favole senza morale.
Costanza F. è ora qui con noi per discutere del suo ultimo romanzo Ragazzi con l’aureola uscito a febbraio del 2026, nella collana Arturo di Les Flâneurs Edizioni. Il libro racconta la storia di quattro ragazzi dall’apparenza normale, alle prese con i problemi dell’adolescenza, ma pervasi nel profondo da un tormento che non dà loro scampo e li fa assumere una doppia identità da serial killer.
Cara Costanza, un caloroso benvenuto su Giochi Linguistici. Nella breve presentazione biografica sono emerse le tue due anime: il lavoro nel sociale, per altro sempre molto ammirevole, e la passione per la scrittura. Intanto complimenti perché non è semplice portare avanti le proprie passioni quando non si ha il lusso di occuparsene a tempo pieno. Come coniughi queste due attività?
Cara Debora, grazie per questo invito, dopo la tua toccante recensione di Ragazzi con l’aureola mi fa davvero piacere.
Nonostante gli impegni lavorativi, trovo sempre il tempo per scrivere, o almeno per immaginare le mie storie. Scrivere per me è uno spazio di libertà, a cui non riesco a rinunciare, lontano dalla quotidianità. Anche per questo motivo, preferisco usare lo pseudonimo Costanza F., che mi permette di esprimermi più liberamente. I miei romanzi riguardano la fantasia, l’immaginario, l’interiorità, più che la mia realtà quotidiana. D’altra parte, il lavoro mi costringe a tenere i piedi per terra e a non dimenticare il mondo fuori. Ci vuole molta passione anche per fare bene un lavoro in cui ci si dedica completamente agli altri, senza perdere se stessi.
Precedentemente ho citato i tuoi primi lavori – o almeno i primi che hai pubblicato. Non so, dicci tu se nel cassetto tieni nascoste altre perle letterarie precedenti che aspettano di essere pubblicate.
Perle? Sai che nel cassetto ho un romanzo inedito che s’intitola Perle ai porci?
Vedi che coincidenza! Allora speriamo di vederlo presto pubblicato. Fatto sta che, esaminando i tuoi tre libri pubblicati, si possono intravedere delle costanti che si ripetono. Innanzitutto, i luoghi: Vico, a cui hai dato un nome inventato ma che si ispira a una cittadina della provincia toscana, e, andando più nello specifico, il quartiere popolare delle Casacce. E poi la collocazione temporale: gli anni ’90. Il tuo riportare ai lettori, in chiave un po’ nostalgica – ma forse la percezione è negli occhi di chi legge – quegli anni e quei luoghi ha a che fare con il fatto che sono quelli propri della tua adolescenza? E non possono offrire anche una chiave di lettura per i ragazzi di oggi?
Grazie di aver notato queste caratteristiche, che per me sono molto importanti. Il quartiere delle Casacce è una ricostruzione grottesca dei luoghi della mia infanzia e della mia adolescenza, nella periferia industriale di una cittadina di provincia. Vico significa villaggio e in diverse regioni italiane ci sono città con questo nome, per cui mi dava l’idea di un luogo anonimo, comune, indifferente, come tanti, più simile a un grande paese che una metropoli. Questo contesto riflette il disagio dei miei personaggi, che rifiutano la marginalità e cercano, ognuno a suo modo, una via di fuga.
Per rappresentare i giovani protagonisti, ho cercato di ricordare com’ero io a quell’età, negli anni Novanta. Quest’ambientazione dipende anche dal fatto che i miei primi romanzi nascono da vecchie storie, appunti sparsi, diari segreti che tenevo allora, da ragazzina. Ho sempre sognato di diventare una scrittrice, ma non avevo la maturità né la tecnica necessaria a costruire un romanzo e nessuna opportunità. Mi sono fatta trascinare dalla vita e per alcuni anni, lo ammetto, ho trascurato la scrittura, finché non ho sentito la necessità di ricominciare. Sono le storie che ideai a quell’età i miei romanzi e, finché non li avrò terminati, non credo che riuscirò a scrivere altro. Ho un debito con me stessa.
Io credevo di parlare della mia generazione, ma ho scoperto con piacere che anche i più giovani s’identificano nei miei personaggi, come se il disagio fosse sempre lo stesso, universale.

Il tuo ultimo libro, Ragazzi con l’aureola, edito da Les Flâneurs, è comparso nella collana Arturo. Una serie relativamente nuova, diretta da Riccardo Lestini, dedicata al mondo dell’adolescenza e formazione. Anche la copertina del tuo libro va in questa direzione facendo pensare subito al genere young adult. Sin dalle prime pagine, però, il lettore viene sorpreso da un crescendo di profondità stilistica e tematica, che travalica i confini tanto generazionali quanto di genere letterario. Come hai lavorato sulla scrittura per dare una voce così matura e profonda a una storia che sulla carta nasceva per i ragazzi?
In realtà io volevo scrivere un racconto noir, che consideravo il mio genere di riferimento, da inserire nella raccolta Favole senza morale. Quel racconto di 20.000 battute ha cominciato a crescere, indipendentemente dalla mia volontà, fino a diventare un romanzo. L’ho escluso dalla raccolta perché sentivo l’esigenza di approfondire l’interiorità dei protagonisti e, solo quando l’ho finito di scrivere, mi sono accorta che aveva le caratteristiche di un romanzo di formazione sul tema della lotta fra bene e male, sulla perdita dell’innocenza, sul dolore di crescere. Riccardo Lestini l’ha scelto per la Collana Arturo, che è rivolta agli young adult, ma anche a chi è stato giovane negli anni Novanta e, in generale, a chi vuole capire meglio il disagio giovanile.
Questa complessità stilistica si riflette anche nella struttura della trama, Ragazzi con l’aureola sconfina, ad esempio, nel giallo – per altro un genere a te affine, se si considera il tuo esordio letterario – per l’uso sapiente di indizi che sei riuscita a dosare bene nello svelamento dell’identità dei ragazzi. Ce ne vuoi parlare?
Nel romanzo c’è una sottotrama noir, da cui si sviluppa il resto della storia. Il mistero da scoprire è la causa del profondo disagio dei protagonisti, che li spinge a diventare terribili assassini. Perché quattro ragazzi, in apparenza sereni, si trasformano in spietati serial killer? E soprattutto, le ferite del passato giustificano, assolvono, autorizzano a far del male agli altri? Attorno a queste domande ho costruito gli indizi che svelano, a poco a poco, le motivazioni dei personaggi, mentre in parallelo Ragazzi con l’aureola racconta la loro realtà quotidiana, la scuola, i genitori, gli amici e la loro grande passione per la letteratura, a sua volta protagonista della storia.
Tinte fosche, dark mood, carica di violenza: i quattro ragazzi vivono la loro vita parallela immersi in una densa nube letteraria che li inghiottisce e ne restituisce una legittimazione ai loro crimini attraverso il dolore. Da parte tua non c’è condanna né assoluzione, ma un tentativo di comprendere, facilitato anche dalla scelta tecnica di narrare in prima persona adottando la prospettiva viscerale di Marco (Mago). Cosa ti ha spinto a costruire questa voce narrante così scissa, e in che modo immergerti nella mente di un serial killer ti ha aiutato a raccontare questa discesa nel buio senza filtri giudicanti?
Nella tradizione del romanzo di formazione, ho scelto la narrazione in prima persona per scavare nell’interiorità di un giovane protagonista che sperimenta la vita. La sua voce è scissa perché, in parallelo, Marco racconta la sua quotidianità di studente perbene e il male di cui, nei panni di Mago, si rende responsabile con la sua banda criminale. Tuttavia la descrizione del male è sempre filtrata da una dimensione letteraria, come se i suoi delitti fossero citazioni da Arancia Meccanica o dai Racconti del terrore di Poe. Non c’è rimorso e non c’è giudizio perché, dal suo punto di vista, il male resta all’interno dell’immaginario, che non distingue più dalla realtà. L’aureola del titolo non è un riferimento alla santità, ma a uno scritto del poeta maledetto Charles Baudelaire, il suo preferito, in cui Marco s’identifica spingendo all’estremo il suo rifiuto della società, fino al disprezzo del diritto alla vita. Eppure, per Marco, gli omicidi che commette non sono più reali dell’ultimo romanzo che ha letto.
La parte centrale del libro, quella dedicata alla contestazione studentesca con relativa occupazione della scuola, mostra che per i ragazzi c’è un modo positivo di aprirsi a un luogo del dialogo e all’ascolto. Le reminiscenze delle contestazioni del ’68 si fanno persino concrete nei ricordi dei genitori dei ragazzi. Eppure, qualcosa sembra andare comunque storto. I genitori di Mago e Martire, soprattutto, falliscono nel loro ruolo. Le attese, il perfezionismo della borghesia distruggono, là dove invece chi parte dal basso, come la dottoressa Benevento e Corinna, riesce a trovare meglio la propria dimensione personale. Il tuo diventa a questo punto un discorso di classe?
I capitoli sulla contestazione studentesca del ’68 sono ispirati a un articolo di Pasolini, che non può essere considerato una voce neutrale. Allo stesso modo, la ricostruzione documentaria del movimento studentesco di cui ho fatto parte nel 1998 lascia intuire il mio punto di vista. Nel romanzo non intendevo però fare un discorso di classe, piuttosto descrivere la rinascita di un movimento ispirato agli stessi valori che, trent’anni dopo, hanno permesso di nuovo ai ragazzi di esprimersi e di trasformare la scuola in uno spazio di dialogo. Per il resto, ho cercato di rappresentare le varie sfaccettature, anche le contraddizioni , del ’68 tramite i personaggi dei genitori, e il rapporto con i figli adolescenti.
Il messaggio più potente, a mio parere, giunge però da Beirut, un altro personaggio partito dal basso. Come nel tuo romanzo Giallo come le rose – ecco un altro punto di contatto – anche Ragazzi con l’aureola vuole dirci che, al di là di ogni possibile lieto fine, è nell’Arte la salvezza?
Proprio così, perché “al mondo non c’è nulla di tanto brutto da non potersi trasformare in una bella storia”, come si legge in Giallo come le rose. Scrivere non è solo rifugio, ma un messaggio di salvezza, un’altra vita da vivere, un sogno che si avvera. Non si tratta di un giallo convenzionale.
Per concludere, ci vuoi parlare dei tuoi progetti letterari futuri? E per chi volesse ascoltarti dal vivo, ci sono già delle presentazioni in programma di cui ti va di lasciarci le date?
Entro l’anno prossimo spero di riuscire a pubblicare Perle ai porci, un romanzo di formazione psichedelico che ho appena finito di scrivere. Dato che Favole senza morale non è più disponibile, sto cercando il modo di ripubblicarlo, con varie modifiche, perché è un libro a cui tengo molto, con un messaggio forte, e vorrei che si potesse ancora leggere.
Ogni mercoledì alle ore 18.30 ci possiamo vedere live su Instagram in “Da autore ad autore”, un piccolo spazio ideato dal mio amico scrittore Giovanni Barletta, in cui autori emergenti come noi s’incontrano facendosi domande a vicenda sui rispettivi romanzi.
Dal vivo ho in programma la partecipazione al Prato Crime Festival il 12 settembre e il 30 la presentazione di Ragazzi con l’aureola presso Bibliocoop (Spazio Soci Coop) a Prato. Nel mese di ottobre sarò a Firenze e sto organizzando un giro di firmacopie per le librerie per farmi conoscere. Tengo molto a un incontro con alcune classi delle scuole superiori di Pistoia, previsto a dicembre, e alla tavola rotonda degli scrittori della mia città, che stiamo organizzando per cercare costruire una rete sul territorio. Il mio calendario è in continuo aggiornamento!
Grazie di quest’intervista, con tutto il cuore.
Grazie a te per essere stata con noi.



