I convitati di pietra di Michele Mari

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I convitati di pietra di Michele Mari

Se si dovesse giudicare un libro per l’originalità dell’idea da cui nasce e per la costruzione narrativa attorno ad essa, credo che I convitati di pietra di Michele Mari si aggiudicherebbe senza troppe difficoltà un posto sul podio della letteratura italiana degli ultimi anni; essendo questa molto spesso impegnata a ripiegarsi su se stessa in una forma di auto-analisi che lascia ben poco spazio oltre i confini dell’ingombrante e onnipresente io.

Michele Mari ha, se non altro, il pregio di aprirsi verso il nuovo, lavorando sulla trama, e mettendo in scena un esperimento sociale con le radici ben piantate nel passato ma che non disdegna di avventurarsi nel nostro incerto futuro.

A conferma che Mari abbia imboccato la direzione giusta, i riconoscimenti non tardano ad arrivare. In attesa dell’annuncio del vincitore del Premio Strega – di cui peraltro si è classificato primo nella votazione per la cinquina –, Michele Mari ha già vinto il cuore dei giovani aggiudicandosi il 27 maggio scorso il Premio Strega Giovani.

In qualche modo penso sia stata una scelta naturale per gli studenti, dare la loro preferenza a un libro che parte proprio dai tempi scolastici e che vede la classe come un’unità compatta, anche se tutt’altro che solidale, come vedremo.

La trama de I convitati di pietra: il patto della III A

La trama de I convitati di pietra vede al suo centro una classe scolastica, per l’appunto. Nello specifico si tratta della III A dell’anno scolastico 1973-1974 di un liceo classico di Milano. Un microcosmo che coincide esattamente con la reale classe del liceo Berchet frequentata dallo stesso Mari.

Gli anni Settanta, dunque, così indietro nel tempo va Michele Mari per ripescare il giorno in cui, durante la cena del primo anniversario dalla Maturità, succede il fatto che mette in moto tutte le vicende future. I ragazzi ancora appena ventenni e, quindi, con tutta l’esistenza davanti, decidono di stringere un patto che li legherà per il resto dei loro giorni.

Qualcuno propone di istituire una sorta di “riffa” a montepremi. Per creare il capitale ognuno degli ex studenti dovrà versare una consistente quota annuale vita natural durante, che verrà, poi, opportunamente investita. I vincitori di questo montepremi saranno gli ultimi tre ex compagni di classe rimasti ancora in vita.

Ogni anno la classe si riunirà a cena nello stesso giorno, il 22 luglio, per aggiornarsi sulle proprie vite, che prendono direzioni tali da allontanarli sempre più, ma che caparbiamente restano anche in un certo qual modo legate a causa di quell’antico patto.

Le cene diventano il metro per misurare il trascorrere del tempo, i successi e i fallimenti, che prendono a paragone l’altro per dirsi che forse in fondo non è andata tanto male, o forse sì. La classe si scopre essere tutt’altro che solidale, si direbbe piuttosto un insieme di individui posti antagonisticamente l’uno di fronte all’altro, quasi un covo di serpi dove ognuno farebbe carte false per aggiudicarsi il montepremi. E qualcuno è persino disposto a prendere in mano la situazione per vendicare il passato e dare una spinta alle cose.

Ma man mano che le sedie attorno al tavolo iniziano a svuotarsi, sempre più tangibile si fa la presenza della morte, non più aleatoria e immaginata in un futuro lontano, ma piuttosto l’unica convitata a restare davvero fino alla fine.

I convitati di pietra: Recensione e analisi critica

Così agglutinati in un unico verme sillabico non avevano più una loro individualità, non più destini diversi, nemmeno l’essere morti o l’essere vivi, erano tutti lì, insieme, per sempre, erano la III A, qualunque cosa fosse successa erano sempre stati e sempre sarebbero stati la III A.

– I convitati di pietra

Il genere ibrido e la funzione del grottesco

A metà strada fra Compagni di classe – peraltro citato dallo stesso Mari – e Dieci piccoli indiani – per il progressivo sparire dei suoi protagonisti, finché non ne resterà solo uno – Michele Mari crea con I convitati di pietra un genere ibrido in cui il realismo, di un contesto in cui è facile empatizzare per quel “tutti siamo stati parte di una classe”, si sposa con l’assurdo e l’improbabile di quell’essere disposti a tutto che gli conferisce elementi del giallo.

A queste si aggiungono anche le note del grottesco prevalentemente nella figura di Brodo, uno dei personaggi principali, che spende la sua vita rincorrendo fantasie sessuali borderline e praticando riti vudù contro i suoi avversari/ex bulli. Sono proprio queste le pagine che riescono a strappare qualche sorriso. Mari, come già in altri suoi libri, usa il grottesco come strumento per disinnescare l’afflizione per i traumi passati e presenti.

L’ossessione delle liste e il macigno della malinconia

Nonostante I convitati di pietra sia tutt’altro che un romanzo robusto, contando appena 168 pagine, la mia personale esperienza di lettura me lo fa collocare fra quei libri che pesano come un macigno. Riflettendoci su credo che questa impressione sia dovuta a diversi motivi. Innanzitutto, perché la cifra del libro è l’ossessione. Un’ossessione che rovina il semplice ritrovarsi e lo trasforma in una competizione, per soldi, per il semplice vivere più a lungo, o anche solo per avere un motivo che faccia andare avanti.

L’ossessione, ben lontana dall’essere un semplice tema, si rispecchia fedelmente anche nello stile. Mari inserisce infatti continui resoconti per fare il punto sulla salute dei protagonisti: le malattie, con il loro carico di sofferenze e dolori, si riducono a liste da aggiornare costantemente, con l’uno che spera sempre che quella dell’altro sia peggiore della propria. Le liste, peraltro, non si limitano alle malattie, ma Mari le usa anche per ricalcare l’ossessione che i due solitari protagonisti, Brodo e Semprini, nutrono per i film e i fumetti.

Un altro motivo per cui I convitati di pietra risulta essere un libro-macigno è che, nonostante Mari usi spesso un registro ironico, un velo di malinconia, si adagia sulla narrazione fin dalle prime battute, arrivando a ricoprirla del tutto nella parte finale.

È il naturale rammarico per il tempo che fugge e per la dipartita di chi, in fondo, ha rappresentato un punto fermo dell’esistenza. Un sentimento che si trasforma in autentica tristezza di fronte al decadimento fisico e morale dei personaggi. È soprattutto questa deriva etica a colpire più a fondo, visto che in qualche modo coglie nel segno nell’individuare i sintomi di questa nostra società malata e impregnata di solitudine.

Leggi anche la recensione de La sonnambula
e l’analisi di Acqua sporca

Altri candidati al Premio strega

La motivazione per la candidatura al Premio Strega

La scuola è un tempo fuori dal tempo, possiede il futuro delle nostre vite. Un’epoca che tutti vorremmo osservare, alcuni conservare, nella sua forma sospesa, apparentemente compiuta. La figura che sostiene il romanzo di Michele Mari è quella dei compagni di scuola, convitati di pietra al tavolo infinito degli amori e delle malattie, del denaro e dell’azzardo.

Mari inventa una scrittura spietata capace di pietas, tempera ogni parola senza manierismo, gioca con i vocaboli e ci fa giocare con loro, fin dai cognomi dell’appello che, come quelli delle squadre di calcio, popolano in ritmo di lista o di cantilena le anamnesi delle nostre esistenze. Ossessivo e toponomastico, intrapsichico e filmografico, “I convitati di pietra” è un romanzo nero che si fa gioco del tempo che passa. Un libro comico e corale che sarebbe piaciuto a Carlo Emilio Gadda.

– Vittorio Lingiardi

Scheda del libro I convitati di pietra

I convitati di pietra trama e recensioni

Titolo: I convitati di pietra

Autore: Michele Mari

Casa editrice: Einaudi

Anno di pubblicazione: 2025

Numero di pagine: 168

Vi lascio un link alla pagina del Premio Strega dedicata a Michele Mari

Un’intervista a Michele Mari

Il verdetto critico di Giochi linguistici

  • A chi lo consiglio: A chi cerca una narrazione corale e ben costruita capace di superare i limiti dell’autofiction contemporanea, e a chi ama le narrazioni che fondono il realismo con sfumature di assurdo e grottesco.
  • Parola chiave: Esperimento sociale.
  • Nota dell’autrice: Nonostante l’indubbia originalità della struttura e l’uso brillante del grottesco, il romanzo risente di una pesantezza di fondo che lo rende, a tratti, un vero “libro-macigno” per il lettore. L’ossessione e il cinismo dei protagonisti lasciano addosso una forte amarezza; resta comunque un’opera lucida nel fotografare la solitudine della nostra società.

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Mi chiamo Debora e nel 2024 ho fondato Giochi linguistici, un blog di libri e pensiero critico che tutt'ora gestisco da sola. Ho una laurea in Comunicazione con specializzazione in Filosofia del linguaggio. Inoltre, ho una formazione in giornalismo e una buona conoscenza del mondo editoriale, dove ho svolto attività di tirocinio. Oltre all'evidente passione per i libri, e per le lingue straniere (ne parlo 3), ho un debole per il digital marketing.