
C’è un prima e un dopo nella vita di Joël Dicker, scrittore svizzero classe 1985. Questo momento spartiacque è chiaramente il 2012, anno di pubblicazione de La verità sul caso Harry Quebert. Non che questo sia il suo primo romanzo: due anni prima, nel 2010, Dicker aveva già pubblicato il suo esordio letterario, Gli ultimi giorni dei nostri padri, rimasto tuttavia in sordina. Sarà l’incontro con l’editore Bernard de Fallois – che si assumerà il compito di fare de La verità sul caso Harry Quebert un vero caso editoriale – a ribaltare la sua carriera.
Come il protagonista del libro, Marcus Goldman, indaga sulla vicenda, vorrei anch’io ripropormi l’obiettivo di indagare, a distanza di quasi 14 anni dalla sua pubblicazione e dopo averlo riletto di recente con gli occhi di oggi, le ragioni che hanno fatto di La verità sul caso di Harry Quebert un successo quasi senza confronti nella letteratura francofona contemporanea. Un successo che nondimeno continua a riprodursi ad ogni nuova uscita dei suoi libri, ma che rimane in qualche modo legato sempre a quel suo primo best seller.
La trama del romanzo: l’enigma di Aurora
Marcus Goldman è un giovanissimo scrittore americano: sotto i 30 anni è già riuscito a scrivere un libro di grande successo, ma dopo di questo niente più. Un esasperante e totale blocco dello scrittore lo paralizza.
Nel tentativo di ritrovare l’ispirazione, si reca nella tranquilla cittadina di Aurora nel New Hampshire. È il suo ex professore e mentore Harry Quebert ad averlo invitato: i due sono legati da una profonda amicizia sin dai tempi dell’Università. Ma nonostante gli aiuti di Harry, l’ispirazione non lo raggiunge e Marcus è costretto a ripartire a mani vuote.
Quando Marcus si è ormai rassegnato a veder crollare la sua carriera con devastanti conseguenze economiche, Harry lo contatta per dirgli che è stato accusato di avere ucciso una ragazza di 15 anni di nome Nola Kellergan. Si tratterebbe di un cold case, il cadavere della ragazza, che era scomparsa nell’estate del 1975, è stato ora ritrovato proprio nel giardino della sua villa con vista sull’oceano.
Marcus si precipita ad Aurora e decide di prendere in mano la situazione indagando di suo pugno. In questa ricerca della verità si scontrerà e poi alleerà con il sergente Perry Gahalowood: un personaggio burbero ma acuto, la cui chimica investigativa con Marcus segnerà l’inizio di un sodalizio destinato a durare ben oltre questo romanzo.
Scavando nel passato della cittadina molte verità nascoste verranno alla luce, alcune delle quali compromettenti per Harry. Se, infatti, Marcus è sempre più convinto dell’innocenza del vecchio scrittore, non potrà però ignorare le ombre che si stagliano nel suo passato. La prima di queste: Harry, che nell’estate del 1975 aveva 34 anni e aveva affittato la casa di Goose Cove per poter scrivere indisturbato il suo capolavoro L’origine del male, aveva avuto una relazione proprio con Nola Kellergan.
Intrappolato tra indizi compromettenti e debiti di gratitudine, Marcus prende una decisione dal sapore metanarrativo: scriverà un libro sul caso stesso per raccontare la verità su Harry.
Le ragioni dietro al successo de La verità sul caso Harry Quebert
Ora è arrivato il momento di indagare i motivi che hanno fatto de La verità sul caso Harry Quebert un successo mondiale meritevole di essere letto ancora oggi.
Bisogna iniziare lì dove il cuore del lettore pulsa, sul piano prettamente emozionale e manifesto. Joël Dicker è riuscito, con questo suo primo bestseller, a confezionare un’esperienza di lettura estremamente coinvolgente che, di cliffhanger in cliffhanger, tiene incollati alle oltre 700 pagine. Questo non significa che scorra tutto senza intoppi: un leggero cedimento nella pazienza del lettore (o almeno questa è stata la mia personale esperienza di lettura) si potrebbe infatti riscontrare nella parte di poco precedente il disvelamento finale. Sono ancora una volta le troppe false piste, con cui Dicker ama ingannare il lettore, a creare questa irritazione. Ma il finale riappacifica definitivamente il lettore all’autore.
Oltre alla maestria nei suoi giochi di prestigio con la trama, è con il suo stile che Joël Dicker riesce a creare questo stato di dipendenza nel lettore. Sin da questo suo romanzo apripista, infatti, il suo stile è contraddistinto da una scrittura semplice, diretta, quasi priva di subordinate e ricca invece di dialoghi serrati. Anche grazie all’uso di una narrazione in prima persona, riesce a creare un’immediatezza che arriva al cuore del lettore senza stancarlo. Per la mancanza di liricismo o di profondità filosofica accompagnata da una grande carica di “melodramma”, lo definirei quasi pop, senza con ciò risultare però banale.
La struttura del romanzo: un metathriller a scatole cinesi

Ma il vero tratto distintivo di Dicker, che da questo romanzo non lo abbandonerà più, è la struttura stessa del libro. Da una parte abbiamo i continui salti temporali, che portano il lettore avanti e indietro tra il presente narrativo (il 2008) e l’estate del 1975, quando si svolsero i fatti incriminati. Oltre a dare una visione diretta sugli eventi, questi flashback hanno un’estetica cinematografica che ben si adatta alla trasposizione in miniserie televisiva che ne è stata ricavata nel 2018.
Dall’altra abbiamo le bellissime mise-en-abyme, o racconto a scatole cinesi, che riflettono sul processo di scrittura stesso. Lo scrittore Joël Dicker racconta di uno scrittore, Marcus Goldman, che ha avuto un subitaneo successo ma ora è afflitto dalla sindrome della pagina bianca. A sua volta nella narrazione interna, quella del 1975, troviamo ancora un altro scrittore, Harry Quebert, che soffre dello stesso blocco dello scrittore e che riuscirà a superare scrivendo Le origini del male.
Senza svelarvi di più, basti dire che alla fine lo stesso libro di Quebert si rivela una finzione, ed è, invece Marcus a racchiudere tutti gli elementi in quella macro-scatola cinese che si rivelerà essere il libro La verità sul caso Quebert. È proprio l’inconsueta numerazione dei paragrafi, che va a ritroso, invece che seguire il consuetudinario ordine crescente, a svelare come in un count-down l’importanza dell’arrivo a quel momento 0.
Per sottolineare ancora di più la potenza di queste riflessioni sul processo creativo che vede lo scrittore confrontarsi con la solitudine di una pagina, ogni capitolo inizia con un brevissimo dialogo tra i due amici e scrittori, mentore e allievo. Ci si ritrova, capitolo dopo capitolo, ad attendere quel brevissimo scambio in cui Harry inscena un laboratorio di scrittura per Marcus e gli dà di volta in volta dei consigli viscerali sulla scrittura che non parlano di tecnicismi ma di quel nesso speciale che lega la scrittura alla vita.
“Marcus, l’ultimo capitolo di un libro dev’essere il più bello.”
Impara ad amare i tuoi fallimenti, Marcus, perché saranno loro a formarti. Saranno ituoi fallimenti a dare sapore alle tue vittorie.”
Un congegno narrativo che lascia il segno
In definitiva, il segreto della longevità de La verità sul caso Harry Quebert risiede proprio nella sua capacità di mimetizzarsi. Sotto le spoglie di un classico giallo da ombrellone si nasconde un sapiente dispositivo di lettura creativa, capace di trasformare il lettore da semplice spettatore a ingranaggio attivo del mistero. Nonostante qualche lungaggine e l’abbondanza di depistaggi nel finale, il viaggio ad Aurora mantiene intatta la sua forza magnetica, confermandosi anche a distanza di anni il luogo per Joël Dicker in cui ritornare per ritrovare il nesso tra vita e scrittura.
Scheda del libro La verità sul caso Harry Quebert

- Titolo: La verità sul caso Harry Quebert
- Autore: Joël Dicker
- Casa Editrice: Bompiani, 2022
- Anno della prima pubblicazione in Italia: 2013
- Pagine: 702
- Edizione originale: La Vérité sur l’Affaire Harry Quebert, 2012
- Traduzione di Vincenzo Vega
Il verdetto critico di Giochi linguistici
- A chi lo consiglio: A chi cerca un thriller d’intrattenimento scorrevole, con una forte impronta visiva e note di riflessioni metanarrative.
- Parola chiave: Scatole cinesi.
- Nota dell’autrice: Pur risentendo di un evidente autocompiacimento nella gestione delle false piste e di qualche lungaggine di troppo che appesantisce la parte centrale, il romanzo si difende grazie a una struttura a incastro intelligente. La verità sul caso Harry Quebert è un thriller pop che non punta alla profondità letteraria, ma che riesce a fare egregiamente il suo lavoro: intrattenere e catturare l’attenzione del lettore fino all’ultima pagina.
Per un approfondimento del rapporto tra Bernard de Fallois e Joël Dicker vi consiglio di leggere la recensione de L’enigma della camera 622.
Qui vi lascio il link di un’intervista di Repubblica a Joël Dicker per commentare La verità sul caso Harry Quebert



