Ragazzi con l’aureola di Costanza F.

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Ragazzi con l'aureola di Costanza F.

Non è solo un romantico autunno, né l’entusiasmo di cambiare il mondo. Il fatto è che mi piaci.

– Ragazzi con l’aureola

Recensione del libro di Costanza F.

Anno scolastico 1998/1999. Per molti millennials sembra ieri, eppure quasi 30 anni ci separano da quei giorni. Pressoché la stessa distanza temporale che univa quegli studenti ai coetanei del ’68. Allora l’eco delle contestazioni studentesche riverberava ancora nelle canzoni di Guccini e nelle lotte per un ideale comune. Ma poi cosa ne è stato? È tutto sparito? O non c’è forse sempre un filo sottile che lega le generazioni nell’esperienza dell’essere studenti? Un filo comune capace di unire, anziché differenziare; avvicinare, anche temporalmente, invece che allontanare.

Leggere Ragazzi con l’aureola di Costanza F. è, perciò, un tuffo nel passato di chi c’era, ma anche un modo per restare ancorati al presente, guardando al sorprendente carico di potenzialità e rabbiosa resilienza che da sempre contraddistingue le giovani generazioni.

Marco, il nostro protagonista, è un ragazzo di quegli anni. In quell’Italia incerta di fine millennio, in bilico tra i vecchi punti di riferimento e il nuovo consumismo tecnologico dei primi cellulari, si avvia verso la conclusione dei suoi anni da teenager. Come quella della nostra nazione, la sua è un’identità in transizione. Non più ragazzo modello di una borghesia intellettuale post-sessantottina, Marco sente il disagio farsi asfittico. La sua valvola di sfogo è l’evasione letteraria, il suo rifugio è Cala del Pipistrello un luogo ancestrale in cui il suo io, guidato dall’immaginazione dalle fosche tinte dark, subisce una scissione.

Così Marco si trasforma in Mago, il capo di una banda di criminali ugualmente sdoppiati nella loro identità: Martire che nel suo nome nasconde già il suo destino, Beirut vittima sacrificale della città da cui prende il nome e Probo orfano di una perdita inconsolabile.

I quattro nel loro delirio di onnipotenza si sono messi in testa di prendere le mosse da Alex e i drughi di Arancia meccanica. L’ultraviolenza viene solo accennata, le immagini plastiche dei loro crimini ci vengono risparmiate. Ma ciò che abbonda è qualcosa di forse ancor più disturbante: il vuoto anestetizzante che riempie i ragazzi di un distacco emotivo, nei confronti delle vittime, che sa farsi terrificante ebbrezza. In questo la banda della Cala del Pipistrello è molto simile ai Drughi, ma le similitudini non si limitano a questo.

Se l’ossessione di Alex di Arancia meccanica è la musica di Beethoven, Mago e, soprattutto, Beirut amano rifugiarsi nei versi tenebrosi dei poeti maledetti, in particolar modo Baudelaire, e in Céline. Nel loro vaneggiamento il canto de I fiori del male parla alle loro anime nere con una voce più profonda e comprensibile di quanto ogni adulto possa fare. Come il profeta che ha perso la sua aureola i nuovi drughi rifiutano il perbenismo della società ma il loro tormento non sfocia in una ricerca dell’assoluto, in quel “voler succhiare il midollo della vita” della Società dei poeti estinti. No, il loro è piuttosto un crogiolarsi nel dolore, nell’assumerlo e rifuggirlo sentendosi legittimati a procurarne a loro volta.

Il loro sadismo questa volta ha scelto la sua preda perfetta nella persona di Milena. Un oggetto la chiamano loro, in realtà Milena è una semplice compagna di scuola di Marco, di buona famiglia e con una tendenza a conformarsi alla nuova realtà consumistica, ma non ha niente che meriti il loro cieco odio.

Per avvicinarsi alla vittima prescelta, Marco ritorna lì dove le istituzioni avevano fallito. A scuola ritrova pian piano il comfort del suo vecchio se stesso. È soprattutto l’incontro con Corinna, rivoluzionaria e determinata, a offrire a Marco la possibilità di trovare nella scuola una dimensione nuova, in cui la contestazione diventa il luogo proprio dei giovani per poter costruire un dialogo con gli adulti e gettare le fondamenta della loro identità.

Mentre Marco mette da parte il suo folle piano, proprio la contestazione studentesca diventa la nuova protagonista. La narrazione iniziale dai ritmi serrati di un sontuoso dark diventa piana e assume, poi, quasi i tratti di un dettagliato protocollo da assemblea studentesca. I paralleli con il movimento studentesco del ‘68 non restano nemmeno troppo aleatori, ma si ritagliano un posto nodale nella linea narrativa riguardante i genitori dei ragazzi.

Affondano per lo più là i traumi che Mago, Martire, Beirut e Probo fanno fatica a elaborare. Costanza F. li maneggia con delicatezza e uno sguardo mai giudicante. È in questo lento e progressivo scoprirsi del velo che aveva ammantato la vita e l’identità dei personaggi, che il romanzo dark iniziale, poi bildungsroman, prende, infine, quasi i tratti di uno giallo psicologico. Mai totalmente appartenente in maniera esclusiva a nessuna di queste categorie, piuttosto sempre in contatto con il processo creativo stesso. Da questa metaletteratura d’altronde arriva il messaggio più bello di Ragazzi con l’Aureola: l’Arte come resistenza.

Non voleva più considerare il dolore come un valido motivo per far del male. Con l’aureola in testa, realizzò che l’unica via d’uscita da una realtà insensata è l’Arte, che ha il potere di guarire le nostre ferite e salvarci la vita.

Ricordi? Siamo ragazzi con l’aureola! L’arte ci salverà dalla nostra vita, trasformandola in un bel romanzo.

Per uno di quei casi del destino, non programmati, ma in qualche maniera circolari come la vita, questo blog ha seguito il ritmo dell’anno scolastico. Ho iniziato il periodo del rientro scolastico con una serie di libri dedicati al mondo della scuola – Ada di Alessio Traversi è uno di questi – e lo termino ora, in concomitanza agli esami di maturità, con questo splendido libro che spero vogliate leggere voi giovani di oggi e di allora.  

Scheda del libro Ragazzi con l’aureola di Costanza F.

Ragazzi con l'aureola libro recensione

Titolo: Ragazzi con l’aureola

Autore: Costanza F.

Casa editrice: Les Flâneurs Edizioni

Anno di pubblicazione: 2026

Numero pagine: 139

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Giochi linguistici

Mi chiamo Debora e nel 2024 ho fondato Giochi linguistici, un blog di libri e pensiero critico che tutt'ora gestisco da sola. Ho una laurea in Comunicazione con specializzazione in Filosofia del linguaggio. Inoltre, ho una formazione in giornalismo e una buona conoscenza del mondo editoriale, dove ho svolto attività di tirocinio. Oltre all'evidente passione per i libri, e per le lingue straniere (ne parlo 3), ho un debole per il digital marketing.