I convitati di pietra di Michele Mari

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I convitati di pietra di Michele Mari

Se si dovesse giudicare un libro per l’originalità dell’idea da cui nasce, credo che I convitati di pietra di Michele Mari si aggiudicherebbe senza troppe difficoltà un posto sul podio, per lo meno della letteratura italiana degli ultimi anni. Essendo questa molto spesso impegnata ad auto-analizzarsi attraverso la scrittura con l’effetto di un ingombrante e onnipresente io.

Michele Mari ha, se non altro, il pregio di aprirsi verso il nuovo, mettendo in scena un esperimento sociale con le radici ben piantate nel passato ma che non disdegna di avventurarsi nel nostro incerto futuro.

A conferma che Mari abbia imboccato la direzione giusta, i riconoscimenti non tardano ad arrivare. In attesa dell’annuncio del vincitore del Premio Strega – di cui per altro si è classificato primo nella votazione per la cinquina –, Michele Mari ha già vinto il cuore dei giovani aggiudicandosi il 3 maggio scorso il Premio Strega Giovani.

In qualche modo penso sia stata una scelta naturale per gli studenti, dare la loro preferenza ad un libro che parte proprio dai tempi scolastici e che vede la classe come un’unità compatta, anche se tutt’altro che solidale, come vedremo.

Trama

La trama de I convitati di pietra vede al suo centro una classe scolastica, per l’appunto. Nello specifico si tratta della III A dell’anno scolastico 1973-1974 di un liceo classico di Milano.

Gli anni Settanta, dunque, così indietro nel tempo va Michele Mari per ripescare il giorno in cui, durante la cena del primo anniversario dalla Maturità, succede il fatto che mette in moto tutte vicende future. I ragazzi ancora appena ventenni e, quindi, con tutta la vita davanti, decidono di stringere un patto che li legherà per tutta la vita.

Qualcuno propone di istituire una sorta di “riffa” a montepremi. Per creare il capitale ognuno degli ex studenti dovrà versare una consistente quota annuale vita natural durante, che verrà, poi, opportunatamente investita. I vincitori di questo montepremi saranno gli ultimi tre ex compagni di classe rimasti ancora in vita.

Ogni anno la classe si riunirà a cena nello stesso giorno, il 22 luglio, per aggiornarsi sulle proprie vite, che prendono direzioni tali da allontanarli sempre più, ma che caparbiamente restano anche in un certo qual modo legate a causa di quell’antico patto.

Le cene diventano il metro per misurare il trascorrere del tempo, i successi e i fallimenti, che prendono a paragone l’altro per dirsi che forse in fondo non è andata tanto male, o forse sì.

La classe si scopre essere tutt’altro che solidale, si direbbe piuttosto un insieme di individui posti antagonisticamente l’uno di fronte all’altro, quasi un covo di serpi dove ognuno farebbe carte false per aggiudicarsi il montepremi. E qualcuno è persino disposto a prendere in mano la situazione per vendicare il passato e dare una spinta alle cose.

Ma man mano che i primi convitati cominciano a lasciare per sempre un vuoto su quella sedia attorno al tavolo, sempre più tangibile si fa la presenza della morte, non più aleatoria e immaginata in un futuro lontano, ma piuttosto l’unica convitata a restare davvero fino alla fine.

Recensione I convitati di pietra

Così agglutinati in un unico verme sillabico non avevano più una loro individualità, non più destini diversi, nemmeno l’essere morti o l’essere vivi, erano tutti lì, insieme, per sempre, erano la III A, qualunque cosa fosse successa erano sempre stati e sempre sarebbero stati la III A.

– I convitati di pietra

A metà strada fra Compagni di classe – per altro citato dallo stesso Mari – e Dieci piccoli indiani – per quel suo scomparire dei suoi protagonisti, finché non ne resterà solo uno – Michele Mari crea con I convitati di pietra un genero ibrido in cui il realismo, di un contesto in cui è facile empatizzare per quel “tutti siamo stati parte di una classe”, si sposa con l’assurdo e l’improbabile di quell’essere disposti a tutto che gli conferisce elementi del giallo.

A queste si aggiungono anche le note del grottesco, prevalentemente, nella figura di Brodo, uno dei personaggi principali, che spende la sua vita rincorrendo fantasie sessuali borderline e praticando riti vudù contro i suoi avversari/ex bulli.

Nonostante I convitati di pietra sia tutt’altro che un romanzo robusto, contando appena 168 pagine, la mia personale esperienza di lettura me lo fa collocare fra quei libri che pesano come un macigno. Riflettendoci su credo che questa impressione sia dovuta a diversi motivi. Innanzitutto, perché la cifra del libro è l’ossessione. Un’ossessione che rovina il semplice ritrovarsi e lo trasforma in una competizione, per soldi, per il semplice vivere più a lungo, o anche solo per avere un motivo che faccia andare avanti.

L’ossessione lontana dall’essere solo un tema si rispecchia anche nello stile. Mari inserisce continui resoconti per fare il punto della situazione sulla vita e, soprattutto, sulla salute dei protagonisti. Le malattie, con il carico di sofferenze e dolori, si limitano a delle liste da aggiornare, di cui l’uno spera sempre che quella dell’altro sia peggio della sua. Le liste, per altro non si limitano alle malattie, ma Mari le usa anche per ricalcare l’ossessione che i due solitari protagonisti, Brodo e Semprini, hanno per i film e i fumetti.

Un altro motivo per cui I convitati di pietra risulta essere un libro macigno è che, nonostante Mari usi spesso un registro ironico, un velo di malinconia, fin dall’inizio, si adagia sulla narrazione arrivando, poi, a ricoprirla completamente nella parte finale.

È la naturale malinconia per il tempo che passa e per la dipartita di quelli che in fondo sono diventati un punto fermo della vita. Questa malinconia diventa tristezza quando si riflette sul decadimento fisico e morale dei personaggi. Soprattutto questo decadimento morale intristisce ancor di più, visto che in qualche modo coglie nel segno nell’individuare i sintomi di questa nostra società malata e impregnata di solitudine.

Leggi anche la recensione La sonnambula
e la recensione Acqua sporca

Altri candidati al Premio strega

La motivazione per la candidatura al Premio Strega

La scuola è un tempo fuori dal tempo, possiede il futuro delle nostre vite. Un’epoca che tutti vorremmo osservare, alcuni conservare, nella sua forma sospesa, apparentemente compiuta. La figura che sostiene il romanzo di Michele Mari è quella dei compagni di scuola, convitati di pietra al tavolo infinito degli amori e delle malattie, del denaro e dell’azzardo.

Mari inventa una scrittura spietata capace di pietas, tempera ogni parola senza manierismo, gioca con i vocaboli e ci fa giocare con loro, fin dai cognomi dell’appello che, come quelli delle squadre di calcio, popolano in ritmo di lista o di cantilena le anamnesi delle nostre esistenze. Ossessivo e toponomastico, intrapsichico e filmografico, “I convitati di pietra” è un romanzo nero che si fa gioco del tempo che passa. Un libro comico e corale che sarebbe piaciuto a Carlo Emilio Gadda.

– Vittorio Lingiardi

Scheda del libro I convitati di pietra

I convitati di pietra trama e recensioni

Titolo: I convitati di pietra

Autore: Michele Mari

Casa editrice: Einaudi

Anno di pubblicazione: 2025

Numero di pagine: 168

Vi lascio un link alla pagina del Premio Strega dedicata a Michele Mari

Un’intervista a Michele Mari

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Mi chiamo Debora e nel 2024 ho fondato Giochi linguistici, un blog di libri e pensiero critico che tutt'ora gestisco da sola. Ho una laurea in Comunicazione con specializzazione in Filosofia del linguaggio. Inoltre, ho una formazione in giornalismo e una buona conoscenza del mondo editoriale, dove ho svolto attività di tirocinio. Oltre all'evidente passione per i libri, e per le lingue straniere (ne parlo 3), ho un debole per il digital marketing.